GARA PERICOLOSA, BANDIERA ROSSA. GIUSTO FERMARSI ?

Dopo la prima partenza e 13 giri pieni sotto l’acqua, la gara è stata fermata: le condizioni della pista sono state ritenute pericolose. Ma qual è il limite entro cui muoversi per giudicare una gara a rischio ? Sicuramente vedere che i piloti cadono come i fichi dall’albero sono un segnale preoccupante. Correre sotto la pioggia è un’incognita, i rischi più grandi si incontrano in partenza, quando si è immischiati nel gruppo, avvolti da nubi d’acqua che limitano la visibilità; si è costretti a guidare puntando più sulla fortuna e a non combinare guai, che sulle capacità di guida. La precisione delle manovre non appartiene a questa fase di gara. Mano a mano che il gruppo si sgrana, il pilota è sempre più responsabile di ciò che fa sulla moto. Senza volermi opporre alla sacrosanta sicurezza, dico però che a volte chi corre non ha la capacità di “andare più piano”. In gara 1 (la chiamo così per semplicità) Valentino Rossi, che aveva un netto vantaggio su tutti, ha percorso il suo giro veloce in 1’42”467, mentre il suo passaggio più lento, cioè l’ultimo prima della bandiera rossa, in 44”. In questo rallentamento di un secondo e mezzo era evidentemente contenuta la pericolosità della gara. Una curiosità: nelle prime edizioni del round di Valencia, e parliamo del ’99-2000, c’erano piloti come Micheal Rutter, Marc Garcia e Paolo Tessari (con le mitiche 500) che giravano sull’asciutto coi tempi che la MotoGP ha fatto col diluvio. Gli amatori che oggi con le mille stradali girano sotto l’1’50” sono da considerarsi già bravi. Continua a leggere

EICMA NEL SEGNO DELLE SPORTIVE E APRILIA FA BOOM CON LA 660

Per gli amanti delle supersportive è stata un’Eicma come non si vedeva da anni. Le carenate hanno dominato la scena, dalle piccole alle grandi cilindrate. D’altronde anche in Italia i numeri delle immatricolazioni sono saliti: rispetto al 2017, nei primi dieci mesi dell’anno sono aumentate le vendite del 10%; la più venduta è la Ducati Panigale V4 con 844 pezzi, mentre seconda è la Kawasaki Ninja 400 con 302. Cilindrate che saltano da un estremo all’altro, ma al salone del ciclo e motociclo rispunta la middle class. La scelta più audace l’ha sicuramente fatta Aprilia, quella che mai ti saresti aspettato, e sorprende gli appassionati con un concept che è praticamente già realtà. Si chiama RS 660, è una sorta di mini RSV4 da cui deriva il motore bicilindrico e sarà una moto stradale a tutti gli effetti; su questo, Aprilia tiene ad assicurarlo. Deve essere una moto facile, leggera, con cui divertirsi a spasso sull’asfalto di tutti i giorni, tutt’altro che specialistica, ma comunque adatta a consumare gli sliders della tuta fra i cordoli della pista. Auguriamoci che possano tornare gli splendidi monomarca RS, con cui sono emersi fiori di campioni tra 125 e 250. Perché dopo valanghe di potenze terribili scatenate dalle mille, che a Eicma si sono rinnovate raggiungendo 220 cv, c’è una fetta di mercato che intende tornare alla normalità, a quei 100 cv su per giù con cui fare pace con le proprie ambizioni. Continua a leggere

ROSSI INSEGNA: MAI MOLLARE !

Il tema di Sepang non può che essere Valentino Rossi. Non lo è Marquez e nemmeno Ducati che, per motivi opposti, ci hanno abituati chi alle vittorie, chi a “vuoti” improvvisi. A febbraio Valentino compirà 40 anni. Da tempo non lo ritengo all’altezza di Marquez e fatico anche a pensare che possa essere uno dei pretendenti al titolo 2019; dò la precedenza al team Honda HRC, al quale si aggiungerà Jorge Lorenzo. E poi ci sarà sempre Vinales, che aspetto ingrani la marcia giusta. Insomma, credo più nei giovani, quelli forti. Gli altri li metto tutti nel “calderone”, con Vale che sta nel limbo. I piloti di casa nostra ancora non conquistano il testimone che prima o poi Rossi lascerà. Da 19 stagioni rappresenta la bandiera italiana nella top class e lo fa ancora oggi; nonostante la presenza di Dovizioso, Petrucci, Iannone e Morbidelli, nessuno di loro, ahinoi, è stato capace, nemmeno in questo 2018, di convincerci dell’opposto. E quando le chance del #46 sembravano affogate, eccolo rinascere sul finale. Bada-bam: 15 giri consecutivi ritmati al metronomo, con uno scarto infinitesimale di soli 2 decimi. 5 km e mezzo di asfalto e un tempo sul giro di 2 minuti: la prima volta che ci girai mi sembrava un’autostrada a otto corsie, le curve ampie e lunghe costringevano ad allungare il collo per vedere la linea da battere, con un caldo che asfissia solo a infilare il casco. Chi ogni tanto ci prova a buttarsi in pista, per piacere e divertimento, sa quanto sia dura…

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SBK 2019: E LA TV ?

Col Qatar si abbassa la saracinesca: il campionato è chiuso e i diritti TV scaduti. Mediaset ha raccontato le gare delle derivate di serie per sei anni, e l’ha fatto con tutte le classi: dalle Stock, ora definitivamente scomparse, alla neonata Supersport 300, che si è aggiunta alle storiche 600 e Superbike. Di quattrini ne ha investiti parecchi: circa 1 milione e mezzo all’anno per i diritti, più altrettanti (su per giù) per muovere un carrozzone di circa 40 persone, che ha consentito di avere una squadra operativa per più di 12 ore di diretta a week end, in chiaro e senza costi per gli appassionati. Aggiungo: l’unica televisione al mondo (al mondo !) presente nel paddock con un servizio di integrazione (inviati, telecamere, ecc.) per quasi tutti questi sei anni. Investimenti del genere non ne ha mai fatti nessuno nella storia del campionato. L’orario delle 13.00, quello del via della SBK, ha sempre garantito le gare su Italia Uno; in tutte le gare extra europee, oltre a Donington e Portimao, le manches sono state trasmesse da Italia Due: l’orario del via, inadeguato alle necessità televisive, è sempre stato critico per gli ascolti, e il palinsesto dei canali, che deve rispettare determinati numeri di audience, ha dovuto ripiegare su reti meno forti. Continua a leggere

MARQUEZ PUO’ VINCERE PIU’ DI ROSSI

C’è in ballo la storia, c’è in gioco il numero di mondiali a decretare il pilota più bravo dell’era moderna: Valentino, con quei 9 titoli sembrava imprendibile, ma oggi si scontra con Marc, già a quota 7. Se penso d’istinto dico che lo passerà. Guardate la progressione dello spagnolo, è impressionante: primo in MotoGP nel ’13, ’14, ’16, ’17, ’18. E’ facile pensare che possa essere lui, nel giro di poche stagioni, il pilota del terzo millennio più vincente di sempre. Rossi ha indossato l’ultima corona a trent’anni, nel 2009; Marquez ne ha solo 25, ha margine, ma soprattutto non c’è nessuno all’orizzonte che possa crescere dalla cilindrate minori per diventare fenomeno. Questo è il punto. Nei prossimi due-tre-anni gli avversari di Marquez saranno gli stessi di sempre, cioè quelli già battuti in 5 stagioni su 6 disputate nella top class. Poi ovviamente c’è l’imponderabile che nessuno è in grado di prevedere, ma, sulla carta, il #93 ha il destino segnato. Che piaccia o meno, lui è un pilota “diverso”, che guida come gli altri faranno fra dieci anni, forse, quando la tecnologia delle moto sarà d’aiuto più di oggi. Honda non è attualmente il mezzo migliore in pista, ma lui fa ciò che Stoner dimostrava sulla Ducati, con una differenza: che Honda ha la piena consapevolezza di avere un pilota superiore alla propria moto, ciò che Ducati non riconobbe nel 2007. Continua a leggere

SBK: IL BELLO C’E’, MA NON SI VEDE…

Razgatlioglu è uno spettacolo da vedere quanto Melandri quando è a posto: la sua guida incanta, pulita e precisa anche dove gli altri usano la forza. Fores è la Cenerentola della Superbike, corre un motociclismo romantico, sfidando Johnny Rea che, ai primi 3 giri, regala sempre la botta di adrenalina. Ma tutto ciò non basta per dire “che figata”. Per lo spettacolo ci vuole di più, spesso le gare sono noiose. Eppure questa SBK continua ad avere un lato meraviglioso che non compare in TV. Il privilegio finisce per essere condiviso soltanto fra noi “interni”, perché il punto di forza di questo campionato è proprio nel paddock, nascosto alle telecamere. Mi riferisco alle persone che animano la SBK, piene di storie meravigliose, di aneddoti da raccontare. Prima di tutto, questo campionato, è tenuto in piedi dalla passione più che dal business, di esempi da farvi ne ho una sfilza. Lo conoscete Giorgio Barbier ? E’ il grande capo Pirelli e da circa 30 anni segue le corse. E’ una persona “importante”, ma è semplicemente un motociclista. E’ stato lui il primo in azienda a scommettere sulla gomma da moto. Aveva costituito un ristrettissimo gruppo di “esploratori” per il collaudo. Usavano, negli anni ‘80, la superstrada Milano – Lecco e i fratelli Brambilla (Tino e Vittorio, ex piloti di moto e auto) davano gas e indicazioni, con qualche capatina a Monza. Quando Giorgio apre il “libro”, lo ascolti con ammirazione. Lucio Pedercini è un grande amico: passiamo intere serate a parlare di moto, dai tempi del trofeo Yamaha RD 350, fino a quando tornò da Assen guidando il bilico del team, con spalla, mano e coste rotte dopo la caduta in gara. Davvero altri tempi. Continua a leggere

MOTOGP: META’ GARA DA BUTTARE

Vedere i piloti vicini, ma sapere che guidano con margine per metà gara, non è realistico, non può entusiasmare se si guardano le corse con un po’ di conoscenza della materia. All’inizio quel movimento di moto a trenini di 5 o 6 ti incanta, ma dopo il primo responso cronometrico la maschera dello show cade giù e sai che si tratta di una condizione provvisoria. Sarò un purista, ma preferisco le gare tirate dall’inizio alla fine, in cui sai che il pilota dà tutto e dove aumentano i rischi per loro, per i motori e i consumi, piuttosto che il “cinema”. In MotoGP, con Michelin, però non c’è alternativa e anche in Thailandia le moto hanno percorso 26 giri di cui 15 “controllati”, prima di vedere i tempi andare giù improvvisamente di mezzo secondo; a quel punto è iniziata la gara, quella vera. Significa che la strategia conta più della velocità, che il lavoro della squadra e la “prudenza” del pilota sono gli ingredienti principali in questo campionato che sembra recitare la propria parte su due terzi della distanza. Di sicuro la mia non è una visione che alimenta la spettacolarità delle corse in moto, ma vedere i più rapidi scappare via per disputare una corsa “a manetta” come era una volta con Bridgestone, per me era il top. Non sono più gare di velocità a tutti gli effetti e la direzione presa è quella di una Formula Uno, del ciclismo e della Formula E, dove si tira fuori il 100% dal mezzo e dal pilota solo agli ultimi dieci giri. Continua a leggere

LA CARRASCO VINCE IL TITOLO, MA CHI E’ IL PIU’ FORTE DELLA 300 ?

Carta canta e complimenti alla piccola Ana, incoronata campionessa fra 40 piloti. Il risultato fa bene all’ambiente e allo sport in generale. Rispetto a una volta è sicuramente diverso l’atteggiamento dei piloti maschi verso le donne e i più giovani accettano (quasi tutti) con sacrosanta pace interiore la sconfitta; avere una campionessa, certifica il concetto di parità dei sessi e spinge a mettere d’accordo tutti, se mai ci fossero dubbi nel paddock. E so che ci sono nella testa di qualche talebano. I miei dubbi invece sono altri. Un campionato come quello della Supersport 300 che ha continuamente ritoccato il regolamento tecnico (l’ha fatto almeno in 5 gare su 8, ndr), ha tolto stabilità alla categoria e l’ha privata dei reali valori in campo che avrebbe potuto e dovuto offrire. Oggi, mi dicono gli addetti ai lavori, c’è finalmente abbastanza equilibrio e la Kawasaki sembra essere la moto perfetta per questa Supersport. Rispetto allo scorso anno è un altro pianeta: le prestazioni delle moto sono incrementate paurosamente all’inizio di stagione, ma sono calate alla fine. Mi spiego: ad Aragon il giro record di quest’anno è stato addirittura 5 secondi più veloce della gara di un anno fa, a condizioni climatiche simili. Chi mastica tempi sul giro e corse di moto sa che stiamo parlando di straordinarietà. Continua a leggere

LORENZO E’ CADUTO DA SOLO E INTANTO MARQUEZ SE LA “SEGNA”

Ho un’ammirazione smodata per Jorge, è un pilota d’antologia e ritengo che avrebbe potuto essere l’unico in Ducati in grado di puntare al mondiale 2019. E’ una considerazione personale, voglio dimostrare la mia stima in lui prima di picchiare giù duro sulle sue dichiarazioni dopo la gara. Perché, che ogni tanto debba fare la predica da “piazza San Pietro”, quella no, la lasci fare a chi indossa la talare bianca. Ha incolpato Marquez per la sua caduta a curva 1, definendolo “pericoloso” e recidivo. Eppure, osservando bene le immagini, tutta questa responsabilità del pilota Honda io non la vedo. Ne è consapevole pure Jorge, dalla TV non traspaiono scorrettezze e, per questo, è ancora più arrabbiato. “Solo noi due sappiamo come è andata”, ha dichiarato, facendo intendere che la faccenda è personale. Avrebbe potuto fornire qualche dettaglio in più, almeno quelli che ci sono stati negati dalla televisione e che erano chiari ai suoi occhi, non credete ? Anche perchè, le immagini della partenza, e in particolare di chi scatta dalla prima fila, sono registrate da tante prospettive differenti che ci permettono di avere un’idea chiara e incontestabile: Lorenzo ha fatto tutto da solo. E’ partito a razzo, ha staccato tardi e ha perso il punto di corda, passando a un metro dal cordolo interno; è lì che si è inserito Marquez, arrivando lungo anche lui, ingannato dalla velocità di Jorge. I due hanno fatto linee diverse e separati da ampia distanza. Continua a leggere

MAHIAS: “MAI MOLLARE” !

E’ il suo diktat e a Portimao lo ha insegnato anche a noi con un gesto chiaro, inequivocabile. “Questa impresa rimarrà scritta, indelebile”. Ha ragione Filippo Conti, team manager di Lucas Mahias. E allora lasciamone traccia davvero, perché questo pilota, che ho spesso criticato per la sua ferocia in pista, oggi merita la standing ovation da tutto il motociclismo. Quell’ultimo giro compiuto imprevedibilmente dal francese è stato il più emozionante dell’intero week end. Forare una gomma in pista, è sfortuna. Forare al penultimo giro, quando sei in testa a una gara condotta magistralmente… è segno di un castigo divino. A volte, però, viene concessa una ultimissima chance e a lui è successo. La bandiera rossa esposta pochi secondi dopo lo stop di Mahias ha repentinamente cambiato lo scenario, perché, a quel punto, valeva l’ordine di arrivo del giro precedente. Lucas era in testa, ma, come da regolamento, avrebbe dovuto arrivare ai box entro 5 minuti per convalidare la posizione in classifica. Si è fatto trovare pronto, come tutti i piloti che hanno corso nell’endurance. Sfinito fisicamente, disperato moralmente, ma pronto a riprendersi la responsabilità di vincere. Sono stati 5 minuti infiniti, la pista è più di 4 km e mezzo, tutta su e giù, con cambi di pendenza pazzeschi e un caldo tropicale. E’ così che Mahias ha dovuto guidare, con una gomma posteriore completamente afflosciata e che perdeva pezzi strada facendo, senza mai perdere la speranza di farcela. Continua a leggere