“LA NOSTRA SUPERBIKE”

falappaGiancarlo Falappa e Fabrizio Pirovano sono state due icone della Superbike anni ’90. Opposti nel carattere e nel modo di guidare, sono i cavalieri delle derivate di serie, perché ribadiscono oggi: “A noi il Motomondiale non interessava, stavamo bene dove eravamo”. L’equilibrio e lo stile pulito di Fabrizio contrastava con l’imprevedibilità e il rischio con cui firmava ogni manovra Giancarlo. Due ossi duri. “Ai tempi eravamo anche in 70 piloti a tentare la qualifica, ma da lì passavano solo i migliori 36. Era un’altra Superbike. C’erano meno soldi e più passione”. E’ il pensiero di entrambi.

“Il mio era un team familiare – ricorda il Piro – d’inverno ero io a cercare gli sponsor. Mi aiutava anche il mio macellaio con 20 milioni di lire e tutto quello che entrava lo spendevo per il team, risparmiando sul cuoco perché era mia mamma a cucinare per tutti”. E qui Falappa sbotta: “Noi pilotavamo i nostri camper ancora prima delle moto: ore e ore di guida con mezzi lenti con cui macinavamo migliaia di chilometri per volta. Ducati era disposta a offrirmi dei soldi per pagare chi avrebbe potuto occuparsi del mio camper, ma quei soldi preferii lasciarli al team: potevano servire per le gare, essere spesi meglio. Ecco, mi deluse Troy Bayliss quando lo vidi andare in albergo avendo il motorhome…”.

Rimpianti ? “Sicuramente quello di essermi avvicinato due volte al titolo SBK, senza riuscire a vincerlo… Nella mia carriera è mancato un capotecnico con le palle”. Pirovano di questo ne è convinto, mentre Falappa riconosce oggi i suoi limiti di pilota nella preparazione fisica: “Non ho mai fatto nulla, c’era poco tempo, l’unico allenamento era… guidare il camper !” Quando chiacchieri con loro potresti scrivere un libro in venti minuti, perchè sono due persone divertenti e non hanno peli sulla lingua. “Ma lo sai che questo qui era davvero matto ?!”, mi dice secco il campione brianzolo rivolgendosi al compagno che, sorridendo, gli si accende la miccia e parte a raccontarmi il Falappa di vent’anni fa. “Una volta, finita la corsa, imboccai l’autostrada con la mia moto e raggiunsi Marco Lucchinelli, che all’epoca faceva il team manager. Lui era in auto, lo affiancai a 170 all’ora e gli aprii la portiera… Mi guardò con gli occhi sgranati. Volevo solo correre per lui, ci fermammo all’area di servizio per un caffè. L’anno dopo diventai suo pilota.” Il ricordo poi passa velocemente da un’immagine a un’altra, come quei due giri finali di gara percorsi con un manubrio: “Il sinistro era lì, ma si era allentato, non potevo fare pressione. Ho guidato praticamente usando un manubrio solo, ma ho vinto ugualmente”. Si passa poi dall’impennata in piedi sulle pedane, sotto al tunnel, sfregando il casco sull’arcata del muro soprastante, alla gara bagnata di Brands Hatch: “Ho vinto con 1 minuto e 20 secondi di vantaggio sul secondo, doppiando anche il 7°. Era Scott Russell, allora campione del mondo”. Poi, quando si parla di Ducati, le visioni dei due campioni si allontanano: “Mi hanno trattato male – dice il Piro – non ho un buon ricordo di quei due anni con loro”, mentre per il Leone di Jesi si tratta di religione, anche se del suo incidente (per un guasto al cambio elettronico, ndr) non ne vuole parlare: “Sono sempre rimasto lì per amore del marchio, anche quando la Honda mi offrì di guidare la RC45 ufficiale. Ancora oggi sono ambasciatore nel mondo per la mia Ducati”.

Le moto migliori ? Ovviamente le opinioni si dividono fra Yamaha FZ 750 e Ducati 916. Di nuovo concordi invece nel giudicare la SBK di oggi, più facile, e lontana dal livello degli anni ’90. Pure sul pilota più sopravvalutato spunta lo stesso nome, quello di Marco Melandri, mentre su Jhonny Rea il Piro aggiunge: “E’ bravo, ma forse non è un fenomeno come hanno voluto farci credere. Quando ha avuto occasione di guidare la Honda MotoGP le ha prese come tanti. Fosse stato capace di fare la differenza, Honda se lo sarebbe tenuto”. L’ultima stilettata arriva per il ritorno in gara degli ex piloti come Troy Bayliss: “Sbagliato, ogni cosa si fa a suo tempo. A cosa serve ? Rientrare dopo tanti anni di stop per battersi contro i ventenni non ha senso. Bisogna trovare la propria serenità anche dopo le corse.” E senza badare a simpatie e colori di casa, alla domanda “Chi vince il mondiale ?”, le risposte sono: Leon Haslam e Jhonny Rea. Con le firme di Fabrizio Pirovano e Giancarlo Falappa, genuini, autentici, appassionati come una volta.

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3 risposte a ““LA NOSTRA SUPERBIKE”

  1. x ki può,leggetevi la storia di falappa.da autista a pilota.
    quando correva nel cross,dopo una caduta tra più piloti,si rialzò ancora frastornato,prese la moto e concluse la gara.tutto normale? no,perkè la moto nn era la sua.
    ancora oggi con tutti i problemi ke ha avuto,si fa tutte le gare in camper e in solitaria,e se gli parlate di ducati e sempre disponibile.

  2. La SBK ha costruito il suo mito con piloti come loro.Ricordo un intervista di Fogarty il quale sosteneva che l’unico pilota che non avrebbe voluto trovarsi dietro all’ultimo giro era proprio Falappa, perchè pur di sorpassarlo gli sarebbe passato sopra la schiena…e non aveva torto!!Un guerriero come pochi che correva esclusivamente per far divertire il pubblico.Bei tempi con Foggy, Russell, Slight ,Gobert, Kocinski, Haga, Corser, Yanagawa, Chili….E comunque caro Piro…tra la FZR e il 916 NON C’E’ PARAGONE!!!!

  3. Ciao Max!
    Bel post,fà venire in mente i tempi che furono,un’epoca pionieristica e un pò goliardica che ha lasciato in tutti noi appassionati molti bei ricordi.Falappa e Pirovano erano due dei migliori all’epoca,tanto gas e pochi sorrisi alle telecamere,duri e puri insomma.
    Non mi sento di condividere il giudizio di Pirovano su Rea.
    A mio avviso il Piro non ha considerato le condizioni in cui si trovava Johnny quando la Honda gli chiese di sostituire Stoner,e cioè:
    1) johnny Rea si trovava all’epoca ancora in lotta per il mondiale SBK,certo non era il favorito per il titolo ma nel caso in cui a Biaggi o Sykes fosse capitato qualcosa lui avrebbe potuto approfittarne,quindi non era il caso di rischiare di infortunarsi in quelle 2 gare.
    2)Come ti ci insegni(ma lo sa anche Pirovano)abituarsi alle rigidezze,alle gomme ma soprattutto a un’elettronica da cucirsi addosso curva per curva(gps)non è cosa da poco,anzi,ci vorrebbe tutto un’inverno e per alcuni tutta una prima metà di stagione prima di acquisire il giusto feeling,a meno che non ti chiami Marquez,ma di quelli ne vedo pochi a giro.
    3)Probabilmente alla Honda gli avranno chiesto di portare la moto a casa senza romperla e di acquisire qualche punto per il costruttori(cosa che a Tokio fa sempre un certo piacere).
    4)E’ probabile( di sicuro non so,magari tu Max ci puoi dire qualcosa di più a riguardo) che Rea sapesse già che lui in Motogp sulla Honda non sarebbe mai salito e che quella era solo una sostituzione e magari un regalino a Johnny,fedele alla causa da anni su una SBK fuori dai piani che contino;le famose gerarchie della Honda,come è capitato a tanti,vedi Vermeulen che andare i motogp dovette abbandonare la Honda per la Suzuki.
    Quindi perche sbattersi tanto,avrà pensato il buon Rea,che secondo me ad Haslam se lo mangia quest’anno….

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