IL MOSTRO DEL TT E’ DENTRO DI NOI

bonettiAppartengo forse all’ultima generazione, quella sulla quarantina, che ha partorito la passione per la velocità in moto guidando per strada, mettendo in gioco la propria vita. Nonostante tutto, la ritengo una passione sincera, autentica, nata spontaneamente, senza essere contaminata da un papà che ti mette in pista sulla minimoto a pochi anni di età. Come qualcuno di voi, sono sopravissuto a quegli anni di guida sregolata e scellerata: il Tourist Trophy era nel nostro istinto, anche se nemmeno sapevamo cosa fosse. Volevo diventare bravo come il Carlino Vichi, un “pilota da strada” del mio paese: aveva una Yamaha TZR250 bianca e rossa. La curva della Galleria Mirabello, in pieno centro, la faceva col ginocchio in fuori, il bicilindrico girava sopra ai 9.000 giri. Riconoscevo il suono da lontano, quando tirava prima-seconda, e, qualsiasi cosa stessi facendo, mi fermavo e mi voltavo a guardare il suo passaggio. Una volta mi salutò in impennata staccando la mano dal manubrio, una tal gratificazione di cui ricordo ancora il gusto. A volte giravo per strada a vuoto in sella alla mia bicicletta con la speranza di incrociarlo e mi capitava magari di trovare il suo “compagno di squadra”, con la scritta Mamola sul cupolino della RD350 con cui infilava la curva del bar Piper, scalando musicalmente un paio di marce, dopo un allungo in quarta, a 150 all’ora. Motori a 2 tempi, testa matta e tanta voglia di correre. Ciò che ritenevamo essere il bello della strada era potersi togliere lo sfizio di una smanettata in tempo reale. Io, a 14 anni e in motorino, andavo al quartiere Ravello, la mia “pista”: una zona industriale, con strada sinuosa, senza troppi incroci e poco traffico. Gli amici più grandi mi davano in mano la loro 125 perché, piegando, riuscivo a grattare le pedane. Salivo su moto mai guidate e in una curva da terza sverginavo i piolini in metallo. Ricordo sicuramente la Gilera MX1 e la Honda NSR, ma con la Gilera SP-01 non credo di essere riuscito, le pedane erano alte per grattarle in un paio di tentativi.

A quei tempi sembrava tutto possibile. Non avevo ancora perso gli amici, non mi ero fatto male abbastanza e non avevo nemmeno il pensiero che avrei potuto farlo a qualcuno. Per questa ragione mi sono visto poi cambiare negli anni, la razionalità ha prevaricato l’istinto, e in aiuto è accorsa anche la pista, dove ho imparato a conoscere la sicurezza, che rimane oggi la mia ideale compagna di viaggio. Rinnegare la propria estrazione di “motociclista da strada”, quello giovane e un po’ svitato, però no, non è corretto e non si può fare. Continuo ad avere una sorta di ammirazione allo stato primordiale per chi ha deciso di dedicare la propria vita alle corse su strada, come ha fatto Stefano Bonetti, che nel proprio curriculum vanta 10 titoli italiani della velocità in salita, il GP di Macao e il Tourist Trophy. “Quando corri al TT, non puoi non pensare ai grandi rischi che comporterebbe una caduta, altrimenti non sopravviveresti – mi racconta Stefano – Guidiamo all’80% delle nostre possibilità.” E come ci si allena ? “Una volta andavo sulla superstrada qui dalle mie parti alle 5 del mattino…Oggi macino km in pista, anche se non esiste un tracciato veloce abbastanza. Facendo il collaudatore per la produzione Ducati, capita di andare a Nardò, un lungo anello di 12 km, che percorro in sesta al limitatore per 7-8 volte consecutive, prima di sentirmi strappare via il collo.”

E Macao ? “Basta, dopo la caduta a 170 all’ora e 19 ore di intervento per essere ricostruito, non ci tornerò più: è più pericoloso del TT e l’anno prossimo compio 40 anni”. Che differenza c’è fra una moto da pista e la tua con cui corri all’Isola di Man ? “Ho solo le sospensioni un filo più morbide: quando vado in pista do 3 click in più alla forcella e un giro di precarica all’ammortizzatore. E poi le gomme: usiamo Pirelli fatte apposta, con una carcassa molto più dura e la bimescola, con la misura del posteriore per la Stock 1000 che è /180, quindi più piccola del pneumatico originale”. Guadagni soldi ? “No, lo faccio perché mi piace. Al TT, chi vince si porta a casa l’equivalente di circa 28 mila euro. Siamo premiati fino al ventesimo in classifica, ma, fuori dai primi posti, ti paghi le spese per il traghetto, qualche volta ci compri pure le gomme. Oggi è diventato anche qui un business: c’è il paddock per i piloti che si presentano con un track, e uno, separato e più povero, con il piazzale fatto di erba e terra, dove va chi arriva col furgone. Questo è il mio paddock”. Come trovi i fondi per correre ? “Amici e fans. Sulla carena della mia moto raccolgo la foto e il nome di chi contribuisce alla sponsorizzazione. C’è chi mi da 100, chi 200 euro, l’offerta è libera e aperta a tutti !”. Il pensiero di correre fra le case e i marciapiedi del TT mi toglie il fiato, ma non il rispetto per quelli come lui, capaci di trasformare il nostro senso di paura e morte, in emozioni e vita.

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3 risposte a “IL MOSTRO DEL TT E’ DENTRO DI NOI

  1. @matloc – Mi hai dato uno spunto interessante! Parleremo anche di cinquantini 😉 ciao e grazie!

  2. con ke moto partecipera? ducati?
    macao è una gara ke nn mi appassiona,vedere una pista kiusa da guardrail nn mi entusiasma,mi sembra una gabbia,al contrario mi esalta il TT ke forse mi ricorda i vari passi nostrani.
    parlo spesso della differenza ke cè adesso tra i giovani e i 40enni e forse è meglio così,”noi”riskiavamo troppo x imitare e dimostrare di essere come schwantz,pistini improvvisati,tappe nei passi aspettando qualcuno da sfidare,limare e togliere ogni pezzo x alleggerire.facevamo cose troppo pericolose,x questo dico ke forse è meglio oggi.i ragazzi sono più “tonti”x certe cose,ma più integri.ai miei tempi ki nn riusciva ad impennare era considerato un po’ sfigato.

  3. Ciao Max,
    ogni volta che leggo un tuo articolo che parla in qualche modo del “nostro” passato, ti odio; mi fai, ci fai sentire “vecchi” noi giovani 40 enni che vivevamo la moto in maniera completamente diversa dalle nuove generazioni. Nel tuo articolo descrivi come allora ci sentivamo noi 14enni, non ragazzini, ma motociclisti, 50ino, 125 o qualunque cilindrata fosse. E’ vero, 25/30 anni facevi cose in strada (vuoi soprattutto per imprudenza) che oggi sarebbero impensabili….amici morti, incidenti più o meno gravi e l’età ci hanno poi permesso di arrivare ai giorni nostri.
    Aspetto con ansia di leggere un tuo prossimo articolo…e ti chiedo (se possibile) una promessa…ogni tanto ricorda a tutti i bei momenti dei nostri primi 14 anni.

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