I PILOTI DI OGGI SONO VIZIATI DALLA TECNOLOGIA

foto IPP/Atti lauro   Imola  30/04/2016  Motul World Superbike SBK  2016 nella foto :  Jonathan ReaOgni pilota sogna la moto perfetta, quella che si guida usando istinto e automatismi, senza richiedere il minimo sforzo. I piloti moderni sono fortunati: hanno moto migliori di una volta, con mille regolazioni e la tecnologia che consente di cucirsela addosso al meglio. E’ forse per questo che, di fronte all’imperfezione, oggi si fa più fatica ad adattarsi. Penso ovviamente al cambio “duro” della Kawasaki di Rea, che a Donington l’ha portato all’errore più di una volta. E’ attorno a quel problema che è ruotato il suo week end. E pensare che è lo stesso cambio che usa Sykes, solo che lui guida diverso. Mi dicono che Johnny abbia il piede più delicato e un movimento veloce. La squadra sta facendo di tutto per andargli incontro, lavorando sull’elettronica per favorirne la manovrabilità e ora andranno a Jerez per testare un ulteriore evoluzione. Giusto così, bisogna fare il massimo per assecondare il pilota. Ma cosa direbbero i vari Agostini, Bonera, Fogarty o Bayliss, “animali” del motociclismo imperfetto ? Kevin Schwantz mi disse che la sua Suzuki Pepsi dell’88 cantava fra i 10.500 giri e i 12.500. Solo 2.000 giri di utilizzo, sotto era morta e bisognava scalare marcia. Inguidabile, se ci pensiamo. Ma non per lui. Lucio Pedercini, altro ex “cinquecentista”, mi ha parlato del suo esordio su una 4 tempi, una Ducati 851. A Misano, nei suoi primi sette giri, segnò il record del campionato italiano. Eppure non aveva nemmeno un assetto. Testa bassa e gas.

Tra l’altro le Ducati di una volta non erano per tutti: ci voleva delicatezza, altrimenti il motore rompeva. I preparatori chiamavano “ignoranti” quei piloti che non avevano la giusta sensibilità. Se sforavi di 500 giri in allungo, come con un 4 cilindri, sicuro che restavi a piedi. Erano gli anni in cui bisognava adattarsi a ciò che guidavi. Quello che non ha fatto Rea domenica. Troppi errori durante la scalata che non ha saputo sempre evitare. Quando ho scoperto del “cambio duro” ho pensato alla Laverda bicilindrica che usava mio padre negli anni ’70-’80: finiva la gara con l’alluce sanguinante e la mano sinistra anestetizzata, perchè la frizione era un legno. Altri tempi, è vero, oggi però mi pare ci sia meno propensione ad adattarsi alla moto. Molti piloti non sanno nemmeno più usare la frizione, che è sempre servita non solo a cambiare marcia, ma anche ad evitare il saltellamento della ruota dietro in fase di staccata. O se no, a moto piegata, si pizzicava nella prima apertura di gas, per addolcire la risposta dell’acceleratore. Penso a Cluzel che, senza elettronica, non riesce più a guidare la sua MV. E’ uno di quelli che usciva dalle curve “appoggiandosi” al traction control, oggi invece deve dosare il gas e non trova la misura. Per questo mi piace Chaz Davies: l’avete mai sentito rognare ? Stoner è un altro. Al primo test in Malesia sulla Ducati ha subito smentito i problemi ai freni che accusavano Dovizioso e Iannone. Ovviamente pettinandoli poi al cronometro. Abbiamo più sentito parlare di freni ? Sono tutti grandi campioni e bravi quanto mai, sia chiaro. Però una stropicciata ogni tanto li aiuterebbe a guidare con più palle e meno pensieri.

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