LA GARA PIÙ BELLA

 

IMG-20160829-WA0001Trenta piloti “diversamente disabili” hanno corso al Mugello una gara senza precedenti, una corsa che fino a un paio d’anni fa sembrava impensabile e impossibile. Lo ammetto: se non la vivi, sei non sei là a respirare l’emotivitá di un box che esplode dalla voglia di rendersi protagonista in una vita che cerca riscatto, rimani scettico, perplesso e distante da una dimensione che non conosci e, a tratti, spaventa. È giusto che un pilota paraplegico salga sulla moto per correre a 300 all’ora? È opportuno mettere al manubrio un pilota privo del braccio destro, o di una gamba, o di metà corpo? Cacchio, sì, ed oggi ne sono straconvinto. La risposta la trovi solo in un modo però: ascoltando la storia di ogni pilota, prima ancora di gustarti il suo gesto atletico in pista. La maggior parte di loro si è fatta male in moto, su strada, ma la passione non li ha abbandonati, anzi: si è fatta più viva, come ogni cosa quando credi di averla persa per sempre. Sentire Daniele Barbero che ti dice: “Fino a due anni fa non uscivo di casa, non ero più io, ero caduto in basso…Mai avevo osato a indossare i pantaloni corti per non mostrare la protesi, mi vergognavo. Ora eccomi qui, fiero del mio corpo, determinato, con la mia serenità e la tuta in pelle addosso”. Una serenità che l’ha portato a conquistare la pole. Per Alessandro Miola questa gara vale un mondiale: “Sono su una sedia a rotelle da 24 anni, da quando a 16 colpii una macchina con la mia Cagiva Mito. Tante volte ho sognato la moto, la pista, le corse. Porca miseria, mi svegliavo sempre sul più bello. Questa è la mia prima gara, il mio primo podio, la mia prima coppa. Ce l’ho fatta…”. E mentre racconta, non trattiene le lacrime, così come si emozionano la maggior parte dei piloti dopo aver tagliato il traguardo. Quel che conta è arrivare in fondo, non importa in quale posizione, anche se per arrivare davanti ognuno dà l’anima. Questi piloti hanno la forza mentale dei campioni. Il dolore? È solo questione di testa. Osservo i tempi e leggo un 2.02 il giro più veloce della gara. C’è un pilota ufficiale Suzuki, si chiama Paulus, è un ex stuntman francese: ha girato in 2.06, è paraplegico e ha conosciuto il Mugello soltanto venerdì. Come faccia a essere così veloce, lui come gli altri 29 piloti, davvero non lo so. Anche perché le moto sono adattate alla necessità di ciascuno e quella che mi ha colpito di più è una Yamaha 600 con l’acceleratore a sinistra, con rotazione in avanti della manopola, e la leva di freno e frizione una sopra l’altra. Ce la fareste a guidarla? Io no, nemmeno sul dritto. Continua a leggere

UNA VITTORIA CHE RICOMPENSA VENT’ANNI DI SACRIFICI

British rider Cal Crutchlow of LCR Honda competes during the MotoGP competition of Grand Prix of Czech Republic at Masaryk Circuit on August 21, 2016 in Brno, Czech Republic. / AFP PHOTO / Michal CizekIl successo di Crutchlow mi ha fatto gioire più per Lucio Cecchinello che per il pilota stesso, che ha ovviamente i sacro santi meriti di chi firma l’opera. La considero una “vittoria tecnica”, dove le scelte di squadra hanno fatto la differenza più del pilota, che non si è mai distinto per efficacia e costanza, ma, piuttosto, per la difficoltà a riconoscere i limiti suoi e della moto. Ecco perché dico che il piccolo team LCR è un signor team capace di fare la differenza per competenza, genialità e passione, perché in quanto a budget è una formichina a confronto degli squadroni ufficiali. Lucio è sempre stato grande per me, che lo seguo dai tempi in cui si giocava il titolo della Sport Production con Max Biaggi. Il suo team se l’è costruito esattamente vent’anni fa, quando ancora era pilota. Ha smesso di correre nel 2003, proprio l’anno in cui firmò il record più longevo del motociclismo sulla pista di Brno, che rimarrà nella storia delle 125: 2’07’836, praticamente il tempo della pole di Binder realizzata sabato in Moto3. Brno è destinata a rimanere magica per Cecchinello e gliel’ho chiesto anche stavolta: come diavolo hai fatto a fare quel tempone 13 anni fa ? “Era tutto perfetto, ciclistica, carburazione, pilota… avevo un paio di punti in cui riuscivo a fare la differenza – mi dice Lucio – come all’ultima curva che, con un cambio perfetto, potevo infilare il rettilineo fortissimo. Già all’epoca la mia Aprilia aveva 53,5 cv”. Da pilota hai quindi aiutato anche Cal ? ”Ma no, ho corso tanti anni fa, per di più la 125 è molto diversa dalla MotoGP. Diciamo che lo aiuto coi trucchi del mestiere. Prima del via gli ho detto di percorrere la prima curva all’esterno, perché tutti i piloti vogliono guadagnare la corda e si crea traffico. Se passi invece largo hai più percorrenza e il cambio di direzione ce l’hai a favore. Poi c’è il discorso gomme, dove ho appoggiato in pieno la scelta delle mescole dure; ho passato 40 minuti della domenica mattina a monitorare sui siti internet la situazione meteo e sapevo che non avrebbe piovuto. E’ stata la scelta vincente”. Avete festeggiato la vittoria coi fuochi d’artificio ? “E’ stata una festa moderata e veloce. I meccanici sono stati ai box fino alle 22 per preparare le moto per i test di lunedì e poi a mezzanotte avevamo in programma un video da realizzare per uno sponsor”. Nulla di strano per un team privato che deve ottimizzare sforzi e risorse, l’LCR è come il Duomo di Milano, un cantiere sempre aperto, dove la tregua non esiste ed è proprio Lucio a scandire i tempi del ritmo: riesce contemporaneamente a scrivere le mail, parlare al telefono in conference call e organizzare il lavoro del team. Sveglio e veloce, come quando correva. Le case ufficiali dovrebbero usarlo come consulente amministrativo. Continua a leggere

LA COPPA PIU’ GRANDE A DALL’IGNA E AL MOTORE DUCATI

AUSTIN, TEXAS - APRIL 09: Gigi Dall'Igna of Italy and Ducati Team looks on in box during the MotoGp Red Bull U.S. Grand Prix of The Americas - Qualifying at Circuit of The Americas on April 9, 2016 in Austin, Texas.   Getty Images/Getty Images/AFPSenza togliere merito ai piloti, ovviamente, credo che oggi l’accento di questa vittoria vada messo altrove. Nelle corse non vi sono più uomini chiave come lui. Sembra di essere tornati ai tempi in cui Aprilia trionfava con Jan Witteveen, ma penso anche a Massimo Tamburini ed MV Agusta, cioè a quelle persone straordinarie che, in un ruolo o in un altro, erano artefici del successo dell’industria italiana. E non voglio dimenticare neppure Filippo Preziosi, che di anni belli ce ne ha regalati, oltre a un titolo mondiale. Oggi tocca a lui, Gigi Dall’Igna. In Austria, con questa doppietta, ha dato la sensazione che la Desmo16 avrebbe potuto vincere in qualunque condizione, con gomme morbide o dure, con piloti dalle caratteristiche di guida differenti. Essersi lasciato andare con quel bacio alla moto, le lacrime di gioia, l’abbraccio virtuale che ha voluto mandare a tutti i ragazzi di Ducati Corse, hanno reso il freddo ingegnere più umano, più ducatista, più vicino a tutti noi. E’ forse stato il momento più emozionante di tutta la corsa. La coppa più grande oggi va a lui, per il lungo cammino tecnico imboccato dalla parte giusta, per quel motore che fa spavento, per le responsabilità che ogni volta si assume. E se ancora vi resta il dubbio sul valore dell’ingegnere italiano, osservate Aprilia: se n’è andato nel 2014, e da lì è iniziato il tracollo del reparto corse. Poveri Bautista e Bradl che, oltre a dover correre su una moto meno efficace del loro talento, dopo la gara si beccano pubblicamente la tirata d’orecchie dall’ingegner Albesiano e pure dal presidente di Piaggio per quel doppio ride through. Dall’Igna per i suoi piloti ebbe più delicatezza persino in Argentina, quando Iannone stese Dovizioso. Continua a leggere

MELANDRI, L’APPASSIONATO DELLA TENDA ACCANTO

2Parlare di moto con lui è come farlo con l’appassionato che trovi nel paddock, magari con la tenda piantata vicino alla tua. La moto ce l’ha in pancia e le dedica tutta una vita. Non l’ho mai sentito così sereno, positivo, entusiasta. Proverà per la prima volta la Ducati Superbike a Misano nei giorni 22-23-24 agosto, prima con Davies, Giugliano e Pirro, mentre nell’ultima sessione sarà solo col test team. Nel frattempo si allena così: “Ho lasciato una Ducati Panigale R ad Adria – mi racconta Marco – è un po’ la mia palestra, difatti non uso la pista convenzionale, dove si gira abitualmente con le moto, ma il kartodromo. Mi serve per riattivare i muscoli e migliorare controllo e ritmo. Lì dentro si fa fatica. Ho delle sessioni programmate, sia brevi che lunghe. Raggiungo il circuito col mio ultraleggero, mi consentono di atterrare sul rettilineo più lungo. Così in un quarto d’ora sono là. Nei prossimi giorni girerò anche a Castelletto di Branduzzo, quando hai oltre 2oo cv diventa un durissimo allenamento. Carico la moto sul mio furgone e, da solo o con un amico, raggiungo il circuito”. Tu non hai mai guidato una bicilindrica a 4 tempi, com’è questa Ducati Panigale ? “E’ piccola, compatta e per la prima volta anche l’impostazione in sella va bene così, non devo modificare nulla. Sembra fatta per me, che sono basso di statura”. Ho avuto la fortuna di provarle entrambe, la moto stradale e la superbike, e sono molto diverse… “Sono consapevole che la moto da corsa sarà tutta un’altra cosa, ma l’impostazione, il carattere è il medesimo della R”. Il tuo stile di guida è pulito come quello di Giugliano. Pensi di adattarti alla moto meglio di lui ? “Voglio cominciare senza pregiudizi. La versione stradale è favolosa, il motore ricco ai bassi è quello che ho sempre cercato, lo preferisco alla tanta potenza in alto. E poi anche l’anteriore è preciso e gira tondo come piace a me. Il resto sarà questione di messa a punto, dovrò cucirmi addosso la moto in base alle mie caratteristiche”. La Panigale è “senza telaio” come la MotoGP che guidasti nel 2008, non ti fa un po’ paura ? “No. Intanto il motore è diverso, questo è un 2 cilindri, quello era un V4 screamer molto potente, con cui, a parte Stoner, non ci è andato forte nessuno, nemmeno i piloti che sono arrivati dopo. E poi anche l’elettronica è cresciuta tantissimo in questi 8-9 anni”. Cosa pensi di trovare in Ducati che invece è mancato in Aprilia ? “La persona giusta al mio fianco, un uomo di fiducia come l’ingegner dall’Igna”. Continua a leggere

COS’HANNO I PILOTI INGLESI PIU’ DI NOI ?

1Rea, Sykes, Davies, Camier e Lowes: sono i mattatori della Superbike, bravi, forti e spettacolari. Da qualche stagione ci fanno un mazzo così, ma che cos’hanno più dei nostri piloti ? Ho attraversato il Regno Unito per scoprire i suoi circuiti e realizzando che, per fare il pilota nel nord dell’Europa, ci vogliono due palle così. Là non c’è la vincente politica spagnola che punta sui giovani e i grandi numeri. Il motociclismo in generale è sviluppato a un livello meno professionale del nostro e il mercato delle due ruote vende la metà rispetto all’Italia (considerando anche gli scooter). Moto in giro se ne vedono, ma tutte in versione gran turismo. La parte più invitante la fanno le strade, sembrano disegnate per noi. Conoscete tutti il Tourist Trophy: ecco, passando da Londra alla Scozia ho attraversato chilometri e chilometri con quel tipo di “mosso”. Le curve ti invogliano, ma a un certo punto si legge su un cartello: “Perché morire ?”. E’ un motociclista in piega su una vecchia Aprilia RSV a chiedertelo. Il Regno Unito è quindi tempestato di circuiti, di dimensione piccola e media. Tutti vecchi e pericolosi, ma la gente va lì a sfogare la velocità. Si passa da quello di Thruxton e di Castle Combe, a sud di Londra, dove il clima è caldo come da noi, fino ad arrivare alla pista di Knochill, su al nord, dopo 7 ore di viaggio in auto; offre la striscia di asfalto più breve in assoluto, con soli 2.046 metri di lunghezza e un record sul giro sotto ai 50 secondi. Là c’è freddo e pioggia, anche in estate. Ci corre la SBK inglese, come anche a Cadwell Park e a Mellory Park, un altro tracciato poco più lungo di 2 km dove si gira in un minuto o giù di lì. Per intenderci, e mi riferisco a chi conosce le nostre piste, stiamo parlando delle dimensioni dei vecchi Varano e Magione, del corto di Vallelunga, di Binetto, del Motodromo di Castelletto di Branduzzo, di quei circuiti che molti appassionati italiani ritengono ideali solo per le piccole cilindrate, mentre là nel british è casa delle SBK. Caratteristica comune è il sali-scendi, quello è davvero figo. Li ho contati i circuiti del Regno Unito per le moto, sono poco più di una dozzina, ma solo Silverstone sfiora i 6 km di lunghezza, la media è dei 3 km e mezzo, con Oulton Park che fa un’eccezione superando i 4 km. Prima di Donington il mondiale SBK correva a Brands Hatch, ma dopo la morte di Craig Jones, nel 2008, ci fu lo stop definitivo. Era ritenuto pericoloso. Continua a leggere