COS’HANNO I PILOTI INGLESI PIU’ DI NOI ?

1Rea, Sykes, Davies, Camier e Lowes: sono i mattatori della Superbike, bravi, forti e spettacolari. Da qualche stagione ci fanno un mazzo così, ma che cos’hanno più dei nostri piloti ? Ho attraversato il Regno Unito per scoprire i suoi circuiti e realizzando che, per fare il pilota nel nord dell’Europa, ci vogliono due palle così. Là non c’è la vincente politica spagnola che punta sui giovani e i grandi numeri. Il motociclismo in generale è sviluppato a un livello meno professionale del nostro e il mercato delle due ruote vende la metà rispetto all’Italia (considerando anche gli scooter). Moto in giro se ne vedono, ma tutte in versione gran turismo. La parte più invitante la fanno le strade, sembrano disegnate per noi. Conoscete tutti il Tourist Trophy: ecco, passando da Londra alla Scozia ho attraversato chilometri e chilometri con quel tipo di “mosso”. Le curve ti invogliano, ma a un certo punto si legge su un cartello: “Perché morire ?”. E’ un motociclista in piega su una vecchia Aprilia RSV a chiedertelo. Il Regno Unito è quindi tempestato di circuiti, di dimensione piccola e media. Tutti vecchi e pericolosi, ma la gente va lì a sfogare la velocità. Si passa da quello di Thruxton e di Castle Combe, a sud di Londra, dove il clima è caldo come da noi, fino ad arrivare alla pista di Knochill, su al nord, dopo 7 ore di viaggio in auto; offre la striscia di asfalto più breve in assoluto, con soli 2.046 metri di lunghezza e un record sul giro sotto ai 50 secondi. Là c’è freddo e pioggia, anche in estate. Ci corre la SBK inglese, come anche a Cadwell Park e a Mellory Park, un altro tracciato poco più lungo di 2 km dove si gira in un minuto o giù di lì. Per intenderci, e mi riferisco a chi conosce le nostre piste, stiamo parlando delle dimensioni dei vecchi Varano e Magione, del corto di Vallelunga, di Binetto, del Motodromo di Castelletto di Branduzzo, di quei circuiti che molti appassionati italiani ritengono ideali solo per le piccole cilindrate, mentre là nel british è casa delle SBK. Caratteristica comune è il sali-scendi, quello è davvero figo. Li ho contati i circuiti del Regno Unito per le moto, sono poco più di una dozzina, ma solo Silverstone sfiora i 6 km di lunghezza, la media è dei 3 km e mezzo, con Oulton Park che fa un’eccezione superando i 4 km. Prima di Donington il mondiale SBK correva a Brands Hatch, ma dopo la morte di Craig Jones, nel 2008, ci fu lo stop definitivo. Era ritenuto pericoloso.

Sbarco nell’Irlanda del Nord e trovo un sacco di strade che durante i week end si trasformino in circuiti cittadini. Posti pericolosi ovviamente. Nessuno stato al mondo ha radici così lunghe e profonde nelle gare su strada. Per arrivarci col traghetto nel più breve tempo possibile attraverso il mare del Nord dalla Scozia, per approdare a Larne, il paese natale del campione del mondo Johnny Rea. Un luogo vuoto di motociclette, il clima non aiuta. C’è sempre un filo di nebbia, il cielo grigio che scarica acqua in continuazione, tira vento e le temperature in questa stagione richiedono felpa e giubbotto per noi non-vichinghi. Non ho visto in giro una moto nemmeno per sbaglio, concessionari ed officine sembrano nascoste. Stessa condizione a Belfast, la capitale, che assomiglia a quelle città dell’est della Germania di alcuni anni fa, deserte anche di domenica, dove il tempo non passa mai e regna la noia, che la gente ammazza bevendo pinte di birra. In Irlanda del Nord si corrono un sacco di gare su strada meno conosciute del TT: dalla più popolare North West 200, alla Tandragee 100, e poi ancora la Mid-Antrim 100, la Coockstawn 100 e la Armony. L’eroe nazionale dello sport nordirlandese è Joey Dunlop. Era un personaggio semplice, come semplici sono gli irlandesi. Minimalisti, essenziali. Gente cortese, ma grezza; “campagnola” come il sottoscritto, perché è così che ci chiamano i milanesi, noi di periferia. E se gli irlandesi scoprono la moto, allora è finita, più che altro perché non c’è molto altro di vivace a cui dedicarsi. Mi sono fatto il giro dell’Ulster Grand Prix, dove si correrà il prossimo week end. Quest’anno si parla di record d’iscrizioni, oltre 170 piloti e circa 50.000 spettatori annunciati. 7 miglia abbondanti di tracciato cittadino, strade poco battute, con zolle di terra lasciate qua e là dal passaggio dei trattori. E’ come guidare sulle montagne russe, con salite e discese rettilinee così lunghe che penso di non aver mai visto. Ci vuole più coraggio che tecnica, perché le curve sono pochissime e lente, serve raccordare invece i punti ciechi da affrontare in sesta piena. Quando sconfino a Dublino, scendendo in Irlanda, la magia del motociclismo scompare. C’è solo una pista, quella di Mondello Park, ma la cultura delle road racer svanisce. Ci ripenso e dico: abbiamo il clima migliore del loro, vantiamo Monza, Mugello e Misano, possediamo Aprilia, Ducati e MV, ma in Superbike i piloti più forti sono inglesi. Il segreto ? Forse sta nella semplicità con cui vivono questo sport e nella tempra che sviluppano i piloti. Per correre (e vincere) là al nord, devi essere duro e puro. E anche un po’ “’gnorante”.

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