I PIU’ BRAVI VANNO FORTE ANCHE COL BAGNATO

catturaCi sono piloti che hanno una sensibilità unica sul bagnato, tutto viene naturale e in quelle condizioni si distinguono in modo netto. Da quando seguo il motociclismo c’è sempre stato il talento bravo e capace. Ricordo Christian Sarron negli anni ’80 con le 500, che solo così riusciva a battere il forte Freddie Spencer. Penso a Giancarlo Falappa in Superbike, credo l’unico nella storia in grado di doppiare il quarto; era a Brands Hatch, una pista insidiosa. I piloti forti sono quelli più sensibili, quelli che riescono a galleggiare sui limiti dell’aderenza tra gomme e asfalto, in ogni istante. La cosa peggiore è che quando piove non si ha mai stabilità nel grip, che cambia metro dopo metro, giro dopo giro, richiedendo il continuo modellamento della guida, che deve essere dolce, leggera, attenta. Eppure, spesso l’andare forte viene considerato solo un talento e non una capacità da sviluppare. Un atteggiamento che porta i piloti meno dotati a pretendere meno da sé stessi, a correre per fare meno danni possibili, sapendo già di non poter puntare in alto. Sperano nella fortuna e negli errori degli altri per guadagnarsi un posto dignitoso in classifica. Ecco perché le gare bagnate si dice diventino un terno al lotto. Credo che oltre ad aumentare i rischi, ci sia in realtà poco lavoro di preparazione che consenta a molti piloti di massimizzare il proprio potenziale, minimizzando i rischi dell’imprevisto.

Uno esempio costruttivo e facile da ricordare è quello di Valentino Rossi. Da ragazzo, quando pioveva, spariva dalla classifica, sembrava perdere tutta la stoffa del campione. Con gli anni ha lavorato, imparato, ed oggi è uno dei più forti. Marquez è l’esatto opposto di Lorenzo, quest’anno ha sfruttato anche Assen e Sachsenring per portarsi in zona podio e conquistare punti preziosi. Anche in Superbike, Rea ne ha più di Davies, che non mostra simpatia per il bagnato. In campionati così lunghi e tirati occorre però farsi trovare preparati in ogni condizione, senza considerare la pioggia come un caso, ma come un’opportunità da sfruttare meglio degli altri. Si corre in paesi come Olanda, Inghilterra, Germania, Francia dove la possibilità di trovare brutto tempo è molto elevata. Gare che assegnano un sacco di punti da non sottovalutare. Quest’anno in SBK ha piovuto pure in Malesia, tanto per dire. Rimasi stupito nel vedere Fenati, qualche anno fa, così in crisi. Mi dissero dal team che non aveva mai guidato in gara con la pioggia. Rimasi stupito almeno quanto oggi vedendo il malese Pawi, nella minima cilindrata, che parte dal fondo dello schieramento per andare a vincere. Fino a quando il regolamento non ha reso i primi due turni di prove libere del venerdì validi per la qualifica, c’erano piloti che non scendevano nemmeno in pista se pioveva. E anche le squadre preferivano evitare rischi se non era strettamente necessario. Così un pilota non impara. Si sta lì a guardare ogni dettaglio tecnico, ogni minimo particolare, poi basta la pioggia e tutto passa in mano alla sorte. Insomma, non è normale vedere un pilota ufficiale come Lowes che lotta con lo sconosciuto Szkopek, pilota polacco di 41 anni, che guida una Yamaha privatissima. Di scene come queste se ne vedono ogni volta che la direzione gara espone il cartello “wet”, gara bagnata: è il momento del riscatto dei più capaci e la sconfitta di chi la pioggia non l’ha mai digerita.

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