LA “VERA” SUPERBIKE DEGLI ANNI ’90

Cosa avevano le derivate di allora per essere rimpiante dagli appassionati di oggi ? Forse più poesia e romanticismo. La Superbike ti entrava dentro e chi non l’ha vissuta, ha perso qualcosa di importante. “Ognuno vede belli gli anni che vive, ma sono convinto che solo la Superbike dell’epoca era autentica e pura: le moto che correvano erano stradali e ogni meccanico poteva realizzarsela in casa; è così che c’è stato il boom dei preparatori”. Oscar Rumi è la persona giusta capace di teletrasportarci indietro nel tempo e i vecchi ricordi sono sempre nitidi nella mente come la sua passione. Con quella squadra nera e viola, e le Honda private, aveva costruito i primi due successi mondiali: “Nell’88 ho speso 250 milioni di lire per correre e vincere. I piloti non erano certo milionari: a Fred Merkel, ad esempio, riconoscevo 5 milioni al mese, per otto mesi all’anno, più la casa dove vivere. Mi aveva colpito perché una volta, a Misano, lo vidi sdraiato per terra a sistemare la moto. Era un pilota selvatico, ma veloce. Una volta sfiorò la scazzottata col suo compagno Mauro Ricci: avevamo una sola moto per due piloti e Fred non voleva che si toccassero le regolazioni fatte alla moto per lui”. I piloti erano diversi rispetto a quelli di oggi…”Avevano altre qualità – continua Rumi – dovevano saper guidare, capire come si comportava la moto, dosare il gas, sentire la derapata col sedere…Il livello era molto alto fra i primi, ma perché a correre erano in tanti e nel mucchio veniva fuori quello bravo. Penso a Mario Ciamberlini (ex meccanico) quando scoprì Franco Unicini: vide semplicemente un ragazzo veloce e spericolato girare per strada. Da lì, presero una moto e iniziarono a correre in pista, i costi di accesso lo consentivano”. Ma c’era spazio anche per prendere le gare un po’ più alla leggera, guardate la foto dei due “mezzi nudi”: uno è Merkel, l’altro è il suo meccanico Norris (coi baffi) con la tuta di Fred utilizzata per la 8 ore di Suzuka. Oggi la così detta “professionalità” non lo consentirebbe più, sarebbe un’immagine da censura.

“Gli anni ’90 erano per signori e gentiluomini come Oscar (Rumi, ndr). Ero stato lasciato a piedi dalla Gilera e la mia carriera era in declino. Passando alla 600 Supersport sono rinato in un altro campionato”. Paolo Casoli è stato uno dei migliori piloti italiani di quegli anni nelle derivate di serie e ha un’idea netta sul livello dei piloti: “Oggi il livello è basso, non ci sono personaggi caratteristici come i vecchi Fogarty, Russell, Slight…E’ un campionato di sconosciuti, con moto migliori rispetto a quelle che si guidavano in passato, ma senza fuoriclasse. Rea va forte, mi piace, ma quando è andato in MotoGP non ha funzionato. Vuol dire che prima ha vinto contro nessuno. La Superbike raccoglie chi non ha più spazio in MotoGP. Melandri è veloce, ma professionalmente al tramonto. La Ducati rimane storicamente sempre avvantaggiata da un punto di vista tecnico, perché corre con la cilindrata più grande. L’unico che davvero è riuscito a vincere in SBK ad armi pari coi giapponesi, quindi con uguale cilindrata, è stato Bayliss con la 999, che non era certo una moto vincente”. Casoli era uno dei piloti più forti in Supersport (vinse il titolo nel 1997, ndr), quando in gara si qualificavano in 36 e gli altri andavano a casa…Quando gli chiedo un’opinione sulla 600, lui mi risponde così: “Esiste ancora la Supersport ? Pensa che nel 2001, quando mi giocavo il titolo con Vermeulen a Silverstone, il 5 volte campione Sofuoglu non si qualificava nemmeno, stava fuori dai tempi. Io credo che il talento ce l’hai dalla nascita, puoi certamente migliorarti nel tempo, ma non diventi un fenomeno”. Erano gli anni in cui i campioni della 600 guadagnavano anche 300/350 mila euro d’ingaggio, cioè come i 5-6 più bravi di oggi nella Superbike; gli anni che il mercato delle sportive riempiva d’oro le case e che i circuiti accoglievano fiumi di appassionati. Era l’epoca delle vacche grasse per tutti.

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