LA CADUTA DEL PILOTA: MOMENTO “RELIGIOSO”, NON DI SPETTACOLO

Pensavo alle tante cadute nell’ultimo GP Argentina e agli incidenti che di recente hanno strappato la vita ai due francesi Anthony Delhalle e Adrien Protat, in nemmeno 20 giorni l’uno dall’altro. Chi va in moto ci pensa, “è toccato a lui, ma poteva succedere a me…”. La caduta è il primo avversario contro cui combatte il pilota. Cadere fa paura, ma a volte è utile: serve a trovare il limite e a riconoscerlo per non oltrepassarlo. Quando da troppo tempo “si sta in piedi”, per il pilota diventa quasi un’ossessione dover cadere, perché sa che lo schiaffo a terra prima o poi arriverà, la statistica non mente. Un’innocua scivolata può ridare tranquillità. In una caduta ciò che conta, oltre alle conseguenze fisiche, sono quelle della mente, che può reagire in modi opposti. Marquez ad esempio è un tritasassi.

Spanish biker Marc Marquez stands next to his Honda after falling during the MotoGP race of the Argentina Grand Prix at Termas de Rio Hondo circuit, in Santiago del Estero, Argentina on April 9, 2017. / AFP PHOTO / JUAN MABROMATA

Ha una media di errori piuttosto elevata e ricordo il botto a 300 all’ora al Mugello in pieno rettilineo. Niente di grave per fortuna, ma un volo così rischiava di mandare in tilt la testa del giovane spagnolo. In crisi ci è finito invece il ventitreenne Reiterberger dopo un brutto high side a Misano e dal quale non ha ancora trovato la via d’uscita; le vertebre sono più a posto della sua condizione mentale al punto che, notizia recente, ha preferito lasciare il mondiale e tornare al campionato nazionale per ritrovare sé stesso innanzitutto. Il rapporto con la paura di chi va in moto non è uguale per tutti. Una cosa che ad esempio ho sempre temuto negli anni che ho corso era di finire su una carrozzella, ecco perché ammiro particolarmente chi in quella condizione ci vive: credo debba avere una forza mentale speciale, possedere uno spirito interiore che noi ci sogniamo.

Ducati biker Jorge Lorenzo (L) of Spain is transported to the pits after falling from his bike during the MotoGP race of the Argentina Grand Prix at Termas de Rio Hondo circuit, in Santiago del Estero, Argentina on April 9, 2017. / AFP PHOTO / JUAN MABROMATA

Jorge Lorenzo andò letteralmente in crisi la volta che in Australia fu costretto a farsi asportare una falange del dito, esattamente all’opposto di Bayliss che a Donington chiese di farsi amputare l’ultima parte del dito rimasta attaccata per un niente, allo scopo di correre la manche successiva. Più andiamo indietro nel tempo, nell’epoca in cui era facile farsi male, e maggiori sono gli esempi eroici del motociclismo: Falappa e Doohan, per citare due multifratturati nel corpo e invulnerabili nella testa, sono i primi due grandi nomi che mi vengono in mente. Lo stesso Lorenzo fu protagonista di un week end eroico ad Assen, credo unico nel suo genere: la caduta e la rottura della clavicola il venerdì, il volo privato a Barcellona per l’intervento chirurgico e il ritorno in circuito la domenica per la gara. Roba da pelle d’oca, quel coraggio a “denti stretti” mi emozionò; c’è da inchinarsi a questi piloti per la forza che mettono in campo nei momenti più difficili e che ci sembra inavvicinabile quanto la loro velocità in pista. Ecco perché la caduta del pilota va vissuta col massimo rispetto, è un momento “religioso”, ovunque la si osservi, dalla tribuna come dalla tv. I protagonisti sono spesso ragazzi ventenni: cadono e si rialzano, ma, purtroppo, non sempre sulle loro gambe. Vederli in piedi dopo il ruzzolone deve essere un trionfo per una giovane vita che il motociclismo ha risparmiato, ecco perché il pilota va applaudito con energia. In questo sport il risultato non è mai scontato.

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