IL MOTOCICLISMO È UNISEX

È una pagina del motociclismo che cambia con la Supersport 300, ma ci è voluta la vittoria di Ana Carrasco per metabolizzare in modo condiviso che una donna possa battere gli uomini. Perché non è una questione di sesso, ma di talento. Scontato? Per nulla. E ve lo dice uno che arriva dagli anni 90′, quando le donne hanno iniziato a guadagnarsi il loro spazio in questo sport in modo consistente e con difficoltà incredibili. Sentirle parlare di assetti e carburazione faceva effetto, e anche quando le incontravi in pista nelle prove libere le distinguevi dalla posizione in sella, avevi quindi una certa attenzione a sorpassarle, come se fossero bambole di porcellana che non dovevi “rompere”…. Le ragazze in grado di lottare coi maschietti non erano molte, e comunque erano per lo più “rinchiuse” in un campionato 125 tutto loro. Passarono gli anni, mi capitò di correre a Hockenheim nell’europeo Supermono e di essere battuto da quella Katjia Poensgen  che arrivava dal mondiale 250, provando la vergogna di uno che aveva ricevuto la più grande umiliazione: era bionda e carina, diventava la barzelletta dei colleghi, del team, degli amici, guai a raccontarlo; era un’altra società, immatura e maschilista: era il motociclismo dei vichinghi. Nel 2017 è un’altra storia, ora esiste il rispetto. Si dica ciò che si vuole dei giovani, ma oggi sono loro ad aver insegnato a noi delle vecchie generazioni che il motociclismo è unisex. Il nostro Alfonso Coppola, arrivato a mezzo decimo dalla Carrasco, è stato il primo ad abbracciarla. Un abbraccio leale e sportivo.

All’arrivo c’erano Rea e Melandri, le rispettive squadre e un sacco di personaggi del paddock ad attenderla per un complimento, per applaudirla, per guardare più da vicino questo alieno capace di stravolgere il nostro sport. L’aveva detto Jan Witteveen quando lo ospitai in telecronaca una gara fa: le donne sono al pari degli uomini nelle moto, ma ne abbiamo poche, non hanno una storia e non c’è selezione. Il giorno che avremo centinaia di “pilotesse”, aumenterà anche il loro livello. Ho visto in Serafino Foti, team manager Ducati, gli occhi interessati e sognatori, mi parlava proprio la sera prima della figlia di 9 anni già capace di guidare in pista col ginocchio per terra, mostrandomi orgoglioso un video. Non c’è più da impazzire se “nasce femmina”, e i nuovi padri appassionati di moto possono comunque coltivare e condividere i sogni di un mondiale con la figlia. Ana Carrasco oggi non ha vinto con la forza, ma con eleganza e astuzia, in un circuito pazzesco e mettendo dietro 34 maschietti. E chissà quanta fatica a trovarsi uno spazio in questi anni, più che in pista, dove bisogna guadagnarselo con la velocità, nel paddock, fra i team, i piloti, i meccanici. Una ragazzina di 20 anni che oggi ha il mondo in mano, e che sia d’esempio al globo. Che grande, lei, ma anche il motociclismo intero che, commosso, l’ha accompagnata verso il gradino più alto del podio.

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on Google+Email this to someonePrint this page

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *