CHE GUSTO LA PATON DEL TT ! MA IL SOGNO E’ UN ALTRO…

Non avevo mai provato una moto del Tourist Trophy prima di oggi, e pensare che nel 2004 avrei dovuto correrci… Acqua passata, mi è sempre rimasto però il desiderio di capire tecnicamente come si guidano quelle moto, perché pista e strada sono due realtà distanti. Ecco un’opportunità di lusso: il test della italianissima Paton. La conoscete? E’ un marchio storico milanese nato quasi sessant’anni fa da Giuseppe Pattoni e Lino Tonti, ma la Paton che conosco io è degli anni ’90. Da ragazzo andavo a Misano a guardare il mondiale 500 e aspettavo che sul rettilineo passasse lei, la “moto verde” a due tempi. Il mio sogno era di provare quella 500, e vi dico perché: con lei, nel mondiale, hanno corso Paul Pellissier e Paolo Tessari, due piloti con cui ho condiviso la formazione nella 125 Sport Production Under 21. La loro affermazione dava speranza a tanti giovani di quegli anni, me compreso, ma siamo rimasti tutti “al palo”. Vent’anni dopo, eccomi qui sulla Paton di Michael Rutter (e di Stefano Bonetti, ndr) con cui ha vinto il TT classe Lightweight. Fa piacere che in pista vi sia anche Roberto Pattoni, è una sorpresa che regala atmosfera e nostalgia alla mia giornata, in cui è presente persino mio padre. Alle 10.40, con la temperatura dell’asfalto ancora bassa, si accendono i motori. Brammm, brammm: viene scaldata a colpi di gas a 120 decibel, perché all’Isola di Man gli scarichi devono cantare. I due tubi dalla bellezza artigianale made in SC-Project suonano come una volta, qualcuno dei giovani presenti si ripara le orecchie e la terra vibra sotto ai piedi.

La S1R è piccola, stretta, pesa meno di 150 chili. L’unica modifica rispetto alla versione TT è nei rapporti, con 4 denti in più di corona per girare al Motodromo di Castelletto di Branduzzo, ma resta lunga. A 10.800 giri stacca il limitatore, i 95 cv del bicilindrico 650 Kawasaki sono “pieni e rotondi”. Il cambio speciale prodotto in Inghilterra ha i rapporti ravvicinati, l’unico limite sono prima-seconda, c’è un salto grande di marcia. A Man si gira a una media superiore alle 120 miglia orarie, con punte record di 252 km/h, qui in pista invece si misura l’agilità e la precisione nella guida a velocità molto più basse. La forcella, prima di regolarla, è dura, “galleggia”, ma Rutter è un omone che passa il metro e ottanta di altezza per 85 chili di peso. E poi, mi dice Pattoni, “Là non sono particolarmente fini: gli abbiamo consegnato una moto che non aveva mai provato, ha pensato solo a girare il gas…”. E a vincere, aggiungo io. Non so sulle piste veloci, ma in questo toboga la Paton bicilindrica gira su tempi vicini alle 600. Il cupolino ampio, sporco di moscerini del TT e con un buco da sassata, protegge tantissimo in rettilineo, ma la coda è corta, il sedere va spostato oltre la sella. Richiede una guida vecchia maniera, si scala con grandi colpi di gas, la frizione va usata con frequenza. E’ una moto che produce musica spartana, cantando in accelerazione e “risuscchiando” in staccata; ha un telaio agile da duemezzo GP e consente angoli di piega moderni coi gommoni Metzeler. Paton è una moto artigianale che, per come si guida, sembra prodotta da una grande casa come Aprilia e Ducati, ma conserva l’unicità della poesia dei tempi d’oro del motociclismo. Anche se, il mio vero sogno, rimane provare quella 500 là del 1994.

(foto di Damir Zupanic – Il Fotografo)

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