ULTIMI, PUR DI CORRERE IN MOTOGP

La MotoGP è l’obiettivo di tutti i piloti, anche a costo di arrivare dietro; le altre classi contano solo per mettersi in luce. Chi non ce la fa, per talento e opportunità, rischia il pericoloso down. E’ purtroppo la mentalità con cui crescono molti ragazzi ed è così in tutti gli sport: giusto aspirare alla massima categoria, ma bisognerebbe dimostrare, prima di tutto a sé stessi, di meritarsi la promozione in serie A. Nelle moto, oggi il vero buon esempio è Zarco: due titoli in Moto2, e guardate ora dov’é. Perché anche “comprare” l’ingresso in MotoGP portando in dote gli sponsor non significa essere bravi. Si rischia di fare cosa poi, ultimi o penultimi ? E con quale prospettiva di crescita ? Penso quindi al 2017 di Baz, Rabat, Abraham e Lowes tutti bravi piloti che in altre classi avrebbero trovato buone moto e lottato per il podio, ma che invece quella benedetta MotoGP li ha annullati fino a diventare comparse. Lo scorso anno si è “bruciato” anche Van der Mark, troppo focalizzato sulla Yamaha M1 e poi deludente in Superbike; il rischio è che anche oggi non abbia la completa serenità, perché in ballo c’è il famoso posto last minute nel Team Tech3 lasciato da Folger. Una sella libera e tanti piloti a contenderla, a costo di far saltare qualunque contratto.

Uno di questi è Yonny Hernandez, spettacolare da vedere, ma senza un podio in carriera. E’ arrivato alla MotoGP, senza colpire nel segno, e nel 2017 è tornato in Moto2, per essere licenziato a metà stagione. Considerare le altre categorie “inferiori” è un errore e anche ora che Lucio Pedercini lo arruola in Superbike, il colombiano è pronto a partire per i test in Malesia sulla Yamaha MotoGP. Un richiamo irresistibile, insomma, dove in gioco c’è il rischio di perdere la bussola sia da una parte che dall’altra. Fino agli anni ‘80 non era così e nel motociclismo ogni classe godeva di rispetto, attrazione e aveva i suoi specialisti: nelle cilindrate inferiori hanno costruito la loro carriera fenomeni come Lazzarini, Nieto, Dorflinger e Martinez; in duemmezzo, Mang e Lavado. Poi immagine e soldi convogliarono in 500/MotoGP e tanti, anche quei piloti soltanto discreti, hanno iniziato a ritenerla l’unico punto di arrivo. Per questo ammiro Sofuoglu e Rea: il primo ha capito di riuscire a esprimere il meglio nella sua Supersport, il secondo non se ne va dalla SBK se non c’è un team ufficiale ad accoglierlo in MotoGP. Loro non si accontentano, non vogliono fare numero; hanno la forza di chi è consapevole della propria velocità e dei propri limiti, capaci di rinunciare alla comparsa nel grande show per vincere dove si può.

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