I SORPASSI DI MARQUEZ SONO DA ANTOLOGIA

E’ talmente vorace di primi posti, che quel modo burrascoso di gettarsi nella mischia lo rendono unico e inimitabile. Il suo modo di guidare passerà alla storia, è l’elevazione alla massima potenza del mitico Kevin Schwantz degli anni ’90: spettacolare sì, vincente “ni”, ma non aveva certo la moto migliore e poi con la 500 era un’altra storia. Marc, invece, ha il profilo del pilota ideale, giocoliere in pista, ma anche un numero uno. E’ il pilota perfetto e se non fosse finito al centro della polemica in quel diabolico 2015, sarebbe forse il più amato della MotoGP, avrebbe potuto persino battere la fenomenicità di Rossi. Come si può non apprezzare la propensione al rischio che mette in evidenza a ogni manovra e il grande equilibrio che lo salavano dagli azzardi ? Roba da fargli un monumento, uno così nel motociclismo non esiste, non c’è mai stato, perché quelle cose non le fai imparando dagli altri o per imitazione; quelle follie le fai perché ce le hai dentro, sono di tua proprietà e basta. E ancora oggi ci sono gare, come questa, in cui riesce a sorprendere.

Quei curvoni finali di Assen, da infilare in successione e da raccordare fra loro, se li vedeste dal vivo vi metterebbero i brividi; figurarsi provare un sorpasso in quarta-quinta piena con una MotoGP, magari dall’esterno. E’ lì che Marquez ha reso la gara speciale, sopraffina, spettacolare, perché ha fatto qualcosa di vietato, di unico, di impossibile. Tanto da rendere “normali” i sorpassi dei più moderati Rossi e Dovizioso, eseguiti nei punti più classici e prevedibili della pista, come la staccata delle “esse” finale o alla curva uno. Che, attenzione: ci vuole una precisione pazzesca, perché la linea è unica. Marquez, quei sorpassi “normali”, li fa quando è sottotono, altrimenti ha un repertorio di numeri che ti incolla alla televisione, anche per la serie infinita di volte che ci prova, perché non molla finché non l’ha vinta. Per lui non esiste un punto in cui non sia possibile passare. Vogliamo parlare del tornantino a sinistra ? E’ la curva più lenta di Assen, la meno spettacolare, ma a 50 all’ora stringeva più degli altri la traiettoria, orecchie a terra e gomito sul cordolo. Vinales e Rins hanno anche loro messo in scena alcuni inserimenti da albo d’oro e, tratto comune del podio, è l’età: dai 22 anni del pilota Suzuki, ai 23 di Maverick, ai 25 del pluricampione. Beata gioventù, che aiuta a essere più spregiudicati e incoscienti quando si corrono gare da Moto3, con la benda sugli occhi.

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