YAMAHA SI SCUSA COI PILOTI, MA PERCHE’ ?

Da una parte è questione di cultura: è capitato che in Giappone si scusassero pubblicamente per 20 secondi di anticipo con cui partì il treno dalla stazione (!), oppure per 3 minuti con cui un dipendente statale prolungò la pausa pranzo, “rubando” tempo al lavoro. Per noi è assurdo è lo è stato anche il GP di Austria quando i piloti Yamaha hanno ricevuto le scuse pubbliche di Kouji Tsuya, il capo progetto della M1 MotoGP. Una scena mai vista nel motociclismo. Chissà che faccia avranno fatto Furusawa (Yamaha) o Nakamoto (Honda), per citare due ex autorevoli, oppure Dall’Igna (Ducati) o Albesiano (Aprilia). Interpreto il “mea culpa” di Yamaha come risposta alla delusione di un ingombrantissimo Valentino Rossi che sembra percepire scarsa fiducia dal Giappone: “il problema è chiaro, lo sto esponendo da tempo, bisogna vedere se poi mi credono”, aveva dichiarato. Si riferiva al funzionamento della nuova centralina Marelli. Sarebbe folle mettere in discussione le indicazioni di Valentino: è un pilota con esperienza unica e conosce l’evoluzione dinamica della moto meglio degli ingegneri. C’è chi sostiene che la M1 abbia perso competitività con la fuga di Lorenzo. Ho contattato un tecnico (preferisce restare anonimo, ndr) che ha lavorato con Jorge per approfondire la questione: “Era un pilota nella media della MotoGP: ti raccontava le sue sensazioni e noi tecnici dovevamo trovare le origini delle difficoltà per cercare la soluzione. Uno come Rossi invece era in grado di fare la fotografia al problema”.

C’è da essere convinti, anche perché quando debuttò lo stesso Lorenzo in MotoGP nel 2008, trovò una moto perfetta al punto da consentirgli il secondo posto all’esordio in Qatar e una vittoria già al primo anno. Forse anche per questo in Giappone provano oggi un grande senso di responsabilità nei confronti di Valentino. Un altro anno se ne va e il 2019 riparte da zero, anzi da… 40 anni. Una sorta di corsa contro il tempo per Rossi e per la Yamaha, che ha conosciuto il suo momento peggiore in MotoGP nel 2003, settima in campionato con Checa, ma all’epoca l’azienda faceva l’azienda e i piloti erano i “braccianti” delle due ruote. Oggi Rossi è 2° in classifica con 142 punti, addirittura ne ha uno in più rispetto all’anno scorso. In Austria è arrivato 6°, una posizione più avanti del 2017, ma con un distacco di 14 secondi anziché 9. Honda e Ducati hanno fatto indiscutibilmente dei passi avanti, la gara si è conclusa limando 3 secondi dall’anno scorso e nelle ultime due stagioni hanno guadagnato 3-4 km/h di velocità; Yamaha è ferma alle prestazioni del 2016, ma è sbagliato considerarla un “cancello”. Domenica è stato Pedrosa il più rapido, con 314,5 km/h di media, poi Dovi e Marquez con 313,9 e quinta la migliore M1 (#46) con 311,4. In questa classifica Lorenzo è solo 12° col suo bombardiere, ma ciò che è chiaro è che a Yamaha manca l’accelerazione, cioè la rapidità che il motore deve avere per raggiungere la velocità. La moto deve crescere, Valentino ha ragione e fa bene a lamentarsi, ma una Yamaha che si inchina al suo pilota in un frangente così, pur campionissimo che sia, mi appare, da occidentale, come un castello di carte, come un’azienda “tenuta per le palle” da un imprescindibile Rossi. E scusate la schiettezza.

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