UNA DOMENICA A DUE FACCE

Mentre domenica annullavano le gare di Silverstone, ero al Mugello a guardare centinaia di piloti amatori correre. Passano gli anni, ma una cosa è chiara: noi motociclisti abbiamo storicamente le “pezze al sedere”, siamo la classe povera dei motori, quelli che ci siamo appassionati alle due ruote senza avere i soldi per comprare il motorino, iniziando a correre con la marmitta tenuta su col filo di ferro e i ricambi raccattati quá e lá, con scambi di favore. Siamo quelli che non si fanno problemi a dormire nel box, sulla brandina, o in auto, per usare poi i bagni pubblici del paddock, a volte così sporchi da costringerti a lavarti alle 6 del mattino, quando sono ancora “bianchi” e fa un freddo cane, perché ad Assen o a Donington non trovi più di 6-7 gradi. E quando mi capita di farlo ancora in qualche occasione del mondiale Superbike, ne incontro per così di gente, perché queste sono le nostre radici: siamo una classe umile. Domenica ho visto correre quel campionato a cui non si dà mai abbastanza importanza: quello dei piloti disabili, coi quali spesso ci complimentiamo, ma più per “doveri sociali” che per onestà.

Invece, il loro spirito, incarna le radici più profonde di questo sport, che richiede in partenza solo sacrificio e passione. Corrono una manciata di gare l’anno e non provate a vietarglielo solo perché piove: “Si va più piano”, ti dicono. Con tutti i rischi a cui sono poi sottoposti, provate a immaginarli. A Maurizio Castelli gli si è sfilata la protesi del braccio in gara, ma mica si è ritirato; ha guidato con l’altro, girando in 2’07” con una vecchia Honda CBR 600 e salendo le Arrabbiate con una mano sola ancorata al manubrio prima di andare a vincere la sua categoria. A questi ragazzi manca un braccio, una gamba oppure sono su una sedia a rotelle. E molti, senza la disgrazia dell’incidente (per lo più in moto, da ragazzi), nemmeno avrebbero coronato il sogno di correre in pista. “Quando si preparano per la gara, devo uscire dal box, altrimenti piango…”: sono le parole del meccanico in cima al gradino più alto del podio, che vive tutta la domenica di gara sull’orlo di una infinita commozione. Non conosco il suo nome, mi ha raccontato però di aver lavorato in passato con Ruggia, con Catalano, con l’Aprilia anni ’90, con tutta quella generazione tosta di piloti mondiali. Dal “basso” siamo costretti a partire tutti, c’è poi chi ci rimane e chi invece sale fino all’Olimpo, dimenticandosi troppo in fretta di quanto sia dura iniziare a correre in moto, dimenticando in qualche modo le proprie origini. Il motociclismo, dalla MotoGP in giù, dovrebbe ricordarsi da dove viene; non per fare un passo indietro nella sicurezza o nella tecnologia, ma per farne due in avanti da un punto di vista sportivo e ritrovare persone autentiche, senza che provino sensi di colpa quando la coscienza guarda in faccia gli “ultimi della classe”.

(Foto del podio di Alessandro Conti)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *