CHI PASSA DALLA MOTOGP ALLA SBK E’ GIA’ “VECCHIO”

L’età media dei piloti SBK è esattamente identica a quella dei piloti MotoGP: 28 anni. Non l’avrei detto, anzi, avevo la sensazione che le derivate di serie necessitassero di uno “svecchiamento” generale. Invece quest’anno i talenti più giovani del mondiale arrivano proprio da qui: Razgatlioglu, coi suoi 21 anni, e poi Rinaldi, che ne ha 22 come Rins, il pupo della MotoGP. I più “maturi” del paddock delle due ruote sono Valentino Rossi, che a febbraio compirà 40 anni, e Melandri, già a quota 36. La differenza più grande è nel numero di campioni del mondo schierati sulle due griglie di partenza: il 50% della MotoGP è composta da piloti che hanno vinto almeno un titolo iridato in carriera, in SBK li conti sulle dita di una mano, è perciò meno selettiva ai cancelli d’ingresso. Se da una parte ci sono i numeri a sollevare la qualità della Superbike rispetto al percepito degli appassionati, dall’altra permane il fenomeno della migrazione da un campionato all’altro che rispetta determinate tendenze: a passare dalla MotoGP alla SBK sono sempre i piloti alla fine di una parabola sportiva, quelli che, anziché ritirarsi, provano a sfruttare ancora 3 – 4 stagioni di “decelerazione”.

L’ultimo caso riguarda Bautista che, nel 2019, a 35 anni, arriverà in Ducati per una nuova sfida. Si è parlato in questi giorni delle sue qualità, di ciò che potrà fare in sella al V4 e se davvero sarà un vantaggio sostituirlo con Melandri. L’età conta e ancora di più la motivazione, specie per uno che ha esordito nel mondiale tanti anni fa, nel 2002. Arriverà qui, perché senza alternative in MotoGP. Sulla carta è un buonissimo pilota, ma come lo erano anche Hayden, Bradl, De Angelis, Hernandez. Poi tocca fare i conti con la realtà: escluse poche eccezioni, finché questi piloti hanno corso, hanno colto risultati sotto alle aspettative. Come dire: non è automatico che un pilota che arriva da “là” faccia la differenza. Molti giovani sono attratti dal Motomondiale a costo di bruciarsi la carriera e quelli che hanno consolidato una posizione in MotoGP sono pronti a rinunciarvi per la SBK solo quando non hanno alternative. Che io ricordi, un vero confronto tra due campioni della specialità, all’apice della loro carriera, risale al 2001: Rossi correva la 8 ore di Suzuka con la Honda VTR 1000 che abitualmente guidava Colin Edwards. In prova gli rifilava addirittura 1 secondo e mezzo, mentre in gara, di notte, era ben 3 secondi più veloce. 22 anni l’italiano contro i 27 del texano, che era anche campione del mondo in carica. I piloti della MotoGP crescono sicuramente in un ambiente più selettivo che permetterebbe di fare la differenza in SBK, a patto di approdarvi al momento giusto. Per questa ragione credo che bisognerebbe accogliere i piloti come Bautista, più che con l’ottimismo dei risultati ottenuti in passato, per ciò che razionalmente gli rimane da esprimere. Ad oggi in pochissimi hanno “onorato” la MotoGP andando a correre tra le derivate di serie. Sylvain Guintoli è l’ultimo della lista, vinse nel 2014 con Aprilia quando aveva 32 anni. Non era un fenomeno come lo intendiamo noi, ma aveva una gran moto; campioni si diventa anche così e io credo più nella nuova Ducati che nella “fenomenalità” di chi arriva dalla MotoGP troppo tardi.

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