GARE COSI’ FACEVANO ESPLODERE LE TRIBUNE

La Superbike degli ultimi tempi è maltrattata e presa di mira, a volte la si giudica per inerzia, ricalcando una strada di opinioni negative ben solcata che porta a facili critiche e alla nostalgia di una volta. Oggi è iniziata un’altra storia e un team “privato” come quello di Barni si gioca il podio e sfiora la vittoria. Tutto ciò è un segnale importante. E’ vero, è presto per tirare le somme, ma la prima scossa c’è stata: distacchi dimezzati dall’anno scorso, la Honda con Camier subito protagonista e lo è stata pure MV nel corso delle prove, dove si è vista anche un pochino di Aprilia. I segnali di una vivacità ritrovata e del livellamento delle prestazioni sono evidenti e la percezione ce l’hanno anche i team manager che sostengono in coro che la Superbike di quest’anno sia decisamente più difficile. Parti male e non recuperi più, perché il ritmo è veloce per tanti piloti. Dopo che l’opinione generale ha criticato Dorna per il format 2018, mi sento di fare un primo passo indietro, perché il piacere di essermi guardato le gare è probabilmente prodotto da quel groviglio di nuove regole che continuo sì a ritenere di “difficile interpretazione”, ma di fronte a uno spettacolo così si fa anche in fretta a dimenticarsi del macchinoso sistema tecnico e ci si gode la Superbike per quello che offre in TV, senza troppo lavoro cerebrale. Continua a leggere

COS’HANNO I PILOTI INGLESI PIU’ DI NOI ?

1Rea, Sykes, Davies, Camier e Lowes: sono i mattatori della Superbike, bravi, forti e spettacolari. Da qualche stagione ci fanno un mazzo così, ma che cos’hanno più dei nostri piloti ? Ho attraversato il Regno Unito per scoprire i suoi circuiti e realizzando che, per fare il pilota nel nord dell’Europa, ci vogliono due palle così. Là non c’è la vincente politica spagnola che punta sui giovani e i grandi numeri. Il motociclismo in generale è sviluppato a un livello meno professionale del nostro e il mercato delle due ruote vende la metà rispetto all’Italia (considerando anche gli scooter). Moto in giro se ne vedono, ma tutte in versione gran turismo. La parte più invitante la fanno le strade, sembrano disegnate per noi. Conoscete tutti il Tourist Trophy: ecco, passando da Londra alla Scozia ho attraversato chilometri e chilometri con quel tipo di “mosso”. Le curve ti invogliano, ma a un certo punto si legge su un cartello: “Perché morire ?”. E’ un motociclista in piega su una vecchia Aprilia RSV a chiedertelo. Il Regno Unito è quindi tempestato di circuiti, di dimensione piccola e media. Tutti vecchi e pericolosi, ma la gente va lì a sfogare la velocità. Si passa da quello di Thruxton e di Castle Combe, a sud di Londra, dove il clima è caldo come da noi, fino ad arrivare alla pista di Knochill, su al nord, dopo 7 ore di viaggio in auto; offre la striscia di asfalto più breve in assoluto, con soli 2.046 metri di lunghezza e un record sul giro sotto ai 50 secondi. Là c’è freddo e pioggia, anche in estate. Ci corre la SBK inglese, come anche a Cadwell Park e a Mellory Park, un altro tracciato poco più lungo di 2 km dove si gira in un minuto o giù di lì. Per intenderci, e mi riferisco a chi conosce le nostre piste, stiamo parlando delle dimensioni dei vecchi Varano e Magione, del corto di Vallelunga, di Binetto, del Motodromo di Castelletto di Branduzzo, di quei circuiti che molti appassionati italiani ritengono ideali solo per le piccole cilindrate, mentre là nel british è casa delle SBK. Caratteristica comune è il sali-scendi, quello è davvero figo. Li ho contati i circuiti del Regno Unito per le moto, sono poco più di una dozzina, ma solo Silverstone sfiora i 6 km di lunghezza, la media è dei 3 km e mezzo, con Oulton Park che fa un’eccezione superando i 4 km. Prima di Donington il mondiale SBK correva a Brands Hatch, ma dopo la morte di Craig Jones, nel 2008, ci fu lo stop definitivo. Era ritenuto pericoloso. Continua a leggere