IN DUCATI SI CORRE COL CUORE

Rea e la Kawasaki sono la fredda macchina perfetta: mai un errore, un inciampo, un imprevisto. Sembrano imbattibili, invece, per la prima volta quest’anno la musica è cambiata e in gara 2 la Ducati ha messo in evidenza ciò che manca in altri team: serenità e calore umano. La Panigale è ok, anche se ad Aragon non sembrava perfetta e quel turno buttato via del venerdì ha condizionato tutto il week end di Chaz Davies, che sembrava più impacciato nelle varianti e in gara 1 si è lanciato nella ghiaia proprio nel punto in cui Rea non sarebbe mai riuscito a superarlo, l’ultimo curvone, perché non aveva la sua velocità. Un fine settimana storto che per raddrizzarlo è servita solo la forza di volontà, l’armonia del team, il calore della gente Ducati. Ho visto le facce di tutti e percepito la sofferenza, ho parlato col “Moro”, capotecnico di Davies, che dopo mezz’ora dalla batosta del sabato mi ha detto: “Basta, niente calcoli, domani dobbiamo vincere, a costo di sbagliare un’altra volta. Solo se gli mettiamo pressione (a Rea, ndr) possiamo pensare al campionato”. Chaz dopo la caduta era scappato in hospitality, voleva la tranquillità che non ha trovato, perché gli sponsor, gli amici, i tifosi lo inseguono anche nei momenti no. Luca e Denis, che di mestiere gestiscono hospitality e ristorazione, lo tengono d’occhio, lo proteggono quando serve, perché ognuno ha un ruolo importante nella vita del pilota; dalla cucina al box, sai che ciascuno è pronto a fare il proprio sforzo per il “capitano” per il bene del risultato finale: vincere. Se le cose vanno storte, si soffre tutti insieme, e se si vince, il merito è del gruppo. Continua a leggere

ANCHE I PILOTI DELLA MOTOGP PERDEREBBERO CON REA

Si dice che la MotoGP abbia i piloti più forti e allora una scommessa la farei: porterei Marquez, Lorenzo e Vinales per una gara in Superbike mettendoli sulle rispettive moto, cioè Honda, Ducati e Yamaha derivate dalla serie. Cosa potrebbero fare? Vincerebbero a mani basse secondo voi? C’è chi lo crede, sarebbe curioso il confronto, ma io dico di no, in Thailandia avrebbero preso anche loro sberle da Rea. Ammettiamo pure che siano più veloci di Jonathan, ma non lo sarebbero abbastanza da colmare il gap con la Kawasaki, che sembra invece sempre perfetta ad ogni occasione. Mai un problema, una sbavatura, un intoppo tecnico, un assetto sbagliato o un errore del team. Gira tutto al millesimo come uno strumento di precisione. E le Ducati hanno fatto quel che hanno potuto. Davies ha una personalità eccezionale e non molla mai, e dopo due gare ha messo lì 70 punti, meglio dei 55 dell’anno scorso. Melandri, coi gravi problemi ai freni che lo hanno rallentato in entrambe le manches e le difficoltà di una pista a lui nuova, si porta comunque a casa un bottino di punti pari a quello di Chaz (per la precisione, 1 in meno) e il suo inizio di campionato lo possiamo già definire migliore di quello di Davide Giugliano 2016, con 10 punti in più all’attivo. Ducati ha dunque sbagliato qualcosa? A me non pare, in casa Aruba tutto è stato fatto per arginare il problema che si chiama Rea/Kawasaki e a questo punto la domanda è: come si può fermare il numero 1? Continua a leggere

CAMPIONI SI NASCE

Melandri è stato grande. In Superbike è il riferimento dei piloti italiani come lo è Rossi in Motogp. Passano gli anni, invecchiano, stanno lontani dalle corse per un po’ come ha fatto Biaggi e lo stesso Marco, ma non sbiadiscono mai. E quando tornano, lasciano il segno. Vedi Max a Misano e Sepang nel 2015, penso allo Stoner degli ultimissimi test, guardo il Melandri di Phillip Island. Non c’è niente da fare, hanno quel qualcosa in più che gli altri non avranno mai. I nostri migliori piloti degli anni ’90, lo sono ancora oggi. Chi tende a mettere in evidenza l’aspetto caratteriale di Melandri, non ha occhio profondo per riconoscere e giudicare la bontà del pilota, che poi è ciò che conta di più nelle corse e che emoziona chi guarda da fuori. È un cavallo di razza e lo sta dimostrando. Abbiamo finito il 2016 convinti che solo Chaz Davies potesse guidare la Ducati da super eroe. Ci eravamo fatti l’idea che la Panigale non fosse per tutti. Oggi Marco ha corso forse la gara più difficile dell’anno: era la prima, carica di aspettativa, su una pista in cui la strategia legata al consumo delle gomme è più importante che su qualsiasi altro tracciato; non correva da un anno e mezzo, perdendo l’abitudine alla bagarre, e non aveva mai usato una bicilindrica in carriera. Continua a leggere

NELLE CORSE C’E’ CHI “BARA”

Interpretare il regolamento tecnico per preparare le moto da corsa è un’arte che qualcuno sa fare con genialità. A volte si è borderline, ma “a posto” da un punto di vista tecnico; in altre si va spudoratamente oltre la linea. Nei mesi invernali si usa ogni minuto per trovare il modo di fare andare più forte i motori, ma anche per sistemare una ciclistica che non si guida. Le irregolarità tecniche si riscontrano in ogni gara: dalla Superbike, alla MotoGP, dal mondiale, al campionato nazionale. I macro temi del 2016 hanno riguardato le alette aerodinamiche, ma anche gli scarichi doppi della Panigale. Le verifiche tecniche e tutti i controlli eseguiti sulle moto, prima e dopo la gara, non dovrebbero nemmeno spingerci a mal pensare. Eppure da quando esiste lo sport delle due ruote c’è chi bara. Soprattutto là dove i regolamenti tecnici sono restrittivi: penso ai campionati delle derivate di serie, dove, per andare forte, si ricorre ai “barbatrucchi”. Ricordo, ad esempio, le Cagiva Mito che andavano come 125 GP. Negli anni ’90 il mercato delle ottavo di litro stradali era particolarmente florido e vincere il titolo in Sport Production era importantissimo per le case, che investivano davvero un mucchio di soldi. A Monza, quella guidata da Davide Bulega (papà della giovane promessa Nicolò Bulega in Moto3, ndr) toccava i 215 km/h. Non era mai stato rilevato nulla di anomalo sulla sua Cagiva come anche sulle altre 125 ufficiali, ma andavano così forte rispetto a tutte quelle Mito “private” che il dubbio di una limatina extra a cilindro e testa fosse in effetti scappata di mano all’interno del reparto corse. Anche perché in casa Aprilia, per essere ugualmente competitive, si inventarono la “centralina racing” da posizionare dietro al blocco della strumentazione, impossibile da scoprire. L’irregolarità tecnica diventava un brevetto, si investiva tempo e risorse per nascondere il trucco che faceva andare forte la moto. Continua a leggere

SUPERBIKE 2017: CHE CAMPIONATO SARA’?

Domani i primi test a Jerez, ma, intanto, sulla carta si preannuncia come il miglior campionato dell’epoca recente, lo dico pensando soprattutto alla qualità dei piloti e dei team. La griglia sarà da 21 (più le wild card), ma sono 21 “buoni”, senza forzature come accadeva fino allo scorso anno, dove molti andavano più piano della Stock: mi riferisco a Toth, Szkopek, Sebestyén, Al Sulaiti, che non erano certo da mondiale, ma ci metto pure Abraham, che dopo tanti anni di incidenti ha perso smalto e serenità . La regola “anti Rea”, cioè quella della griglia invertita, non credo sortirà il pieno effetto. Praticamente i piloti a podio in gara 1 partiranno dalla terza fila in gara 2, ma quanto tempo ci metterà uno come Johnny a risalire la testa della corsa ? Credo tre curve, ma a volte basterà il solo rettilineo di avvio. Peggio sarà nei casi di pioggia o su piste come Misano, dove la prudenza deve essere massima, ma si tratta di eccezioni. E poi, ce la farà il campione del mondo a riconfermarsi per la terza volta consecutiva ? Nutro parecchi dubbi, semplicemente perché non può e non deve, sarebbe l’assassino della Superbike e questo glielo impediranno in ogni modo. Ducati non vince dal 2011, quando a trionfare furono Carlos Checa e il team Althea; mai nella storia c’è stato digiuno più lungo per la casa italiana. Kawasaki vanta nel suo palmarés 4 titoli mondiali, di cui tre vinti dal 2013 a oggi. Continua a leggere

“NOI”, ARTIGIANI DELLA QUALITA’

50662_r11_actionLa precisione e l’affidabilità delle moto giapponesi non bastano a renderle invincibili nelle corse e quello di domenica è stato un trionfo tutto italiano. D’altronde “noi” rimaniamo l’ingrediente principale del paddock: le squadre, i tecnici, le tute, i caschi, le gomme, i freni, le moto e tutte le componenti tecniche danno origine a un mondo che porta la firma di massa del made in Italy. Ci va riconosciuto il genio, l’abilità e la competenza, ma soprattutto la capacità di trovare velocemente le soluzioni ai problemi. Ecco, è qui che facciamo la differenza coi giapponesi, perché nelle corse, saper cambiare subito la direzione sbagliata per una migliore, permette di crescere più in fretta. Penso a Dovizioso e alla Ducati, finalmente vincitori su quella Sepang rimodellata per la sicurezza da un tecnico italiano, Jarno Zaffelli, considerato il migliore tra quelli della lista. Penso a Chaz Davies che, con grandissimo talento, ha guidato una Ducati Panigale che oggi si trova al meglio della sua forma. L’ho osservata da vicino, da bordo pista, in ogni metro del circuito del Qatar. Ha sviluppato la sua forza in ingresso di curva, dalla staccata al punto di corda. Ingressi lenti o veloci, da prima o da terza marcia, la sua rapidità è da riferimento per tutti. Il merito è dell’avantreno, da premio Nobel per il motociclismo: la forcella Ohlins è in sintonia perfetta con Pirelli che, rispetto alla Michelin in MotoGP, l’ha doppiata nell’indice di gradimento dei piloti; i freni Brembo e la loro sensibilità permettono a quel fenomeno di Chaz di utilizzare solo il dito indice sulla leva per incantare con le sue staccate, apparentemente sporche, dove la moto si intraversa, ma con una precisione che si ripete ad ogni passaggio senza sgarrare mai di un millimetro rispetto alla traiettoria battuta il giro prima. Continua a leggere

LA COPPA PIU’ GRANDE A DALL’IGNA E AL MOTORE DUCATI

AUSTIN, TEXAS - APRIL 09: Gigi Dall'Igna of Italy and Ducati Team looks on in box during the MotoGp Red Bull U.S. Grand Prix of The Americas - Qualifying at Circuit of The Americas on April 9, 2016 in Austin, Texas.   Getty Images/Getty Images/AFPSenza togliere merito ai piloti, ovviamente, credo che oggi l’accento di questa vittoria vada messo altrove. Nelle corse non vi sono più uomini chiave come lui. Sembra di essere tornati ai tempi in cui Aprilia trionfava con Jan Witteveen, ma penso anche a Massimo Tamburini ed MV Agusta, cioè a quelle persone straordinarie che, in un ruolo o in un altro, erano artefici del successo dell’industria italiana. E non voglio dimenticare neppure Filippo Preziosi, che di anni belli ce ne ha regalati, oltre a un titolo mondiale. Oggi tocca a lui, Gigi Dall’Igna. In Austria, con questa doppietta, ha dato la sensazione che la Desmo16 avrebbe potuto vincere in qualunque condizione, con gomme morbide o dure, con piloti dalle caratteristiche di guida differenti. Essersi lasciato andare con quel bacio alla moto, le lacrime di gioia, l’abbraccio virtuale che ha voluto mandare a tutti i ragazzi di Ducati Corse, hanno reso il freddo ingegnere più umano, più ducatista, più vicino a tutti noi. E’ forse stato il momento più emozionante di tutta la corsa. La coppa più grande oggi va a lui, per il lungo cammino tecnico imboccato dalla parte giusta, per quel motore che fa spavento, per le responsabilità che ogni volta si assume. E se ancora vi resta il dubbio sul valore dell’ingegnere italiano, osservate Aprilia: se n’è andato nel 2014, e da lì è iniziato il tracollo del reparto corse. Poveri Bautista e Bradl che, oltre a dover correre su una moto meno efficace del loro talento, dopo la gara si beccano pubblicamente la tirata d’orecchie dall’ingegner Albesiano e pure dal presidente di Piaggio per quel doppio ride through. Dall’Igna per i suoi piloti ebbe più delicatezza persino in Argentina, quando Iannone stese Dovizioso. Continua a leggere

MELANDRI, L’APPASSIONATO DELLA TENDA ACCANTO

2Parlare di moto con lui è come farlo con l’appassionato che trovi nel paddock, magari con la tenda piantata vicino alla tua. La moto ce l’ha in pancia e le dedica tutta una vita. Non l’ho mai sentito così sereno, positivo, entusiasta. Proverà per la prima volta la Ducati Superbike a Misano nei giorni 22-23-24 agosto, prima con Davies, Giugliano e Pirro, mentre nell’ultima sessione sarà solo col test team. Nel frattempo si allena così: “Ho lasciato una Ducati Panigale R ad Adria – mi racconta Marco – è un po’ la mia palestra, difatti non uso la pista convenzionale, dove si gira abitualmente con le moto, ma il kartodromo. Mi serve per riattivare i muscoli e migliorare controllo e ritmo. Lì dentro si fa fatica. Ho delle sessioni programmate, sia brevi che lunghe. Raggiungo il circuito col mio ultraleggero, mi consentono di atterrare sul rettilineo più lungo. Così in un quarto d’ora sono là. Nei prossimi giorni girerò anche a Castelletto di Branduzzo, quando hai oltre 2oo cv diventa un durissimo allenamento. Carico la moto sul mio furgone e, da solo o con un amico, raggiungo il circuito”. Tu non hai mai guidato una bicilindrica a 4 tempi, com’è questa Ducati Panigale ? “E’ piccola, compatta e per la prima volta anche l’impostazione in sella va bene così, non devo modificare nulla. Sembra fatta per me, che sono basso di statura”. Ho avuto la fortuna di provarle entrambe, la moto stradale e la superbike, e sono molto diverse… “Sono consapevole che la moto da corsa sarà tutta un’altra cosa, ma l’impostazione, il carattere è il medesimo della R”. Il tuo stile di guida è pulito come quello di Giugliano. Pensi di adattarti alla moto meglio di lui ? “Voglio cominciare senza pregiudizi. La versione stradale è favolosa, il motore ricco ai bassi è quello che ho sempre cercato, lo preferisco alla tanta potenza in alto. E poi anche l’anteriore è preciso e gira tondo come piace a me. Il resto sarà questione di messa a punto, dovrò cucirmi addosso la moto in base alle mie caratteristiche”. La Panigale è “senza telaio” come la MotoGP che guidasti nel 2008, non ti fa un po’ paura ? “No. Intanto il motore è diverso, questo è un 2 cilindri, quello era un V4 screamer molto potente, con cui, a parte Stoner, non ci è andato forte nessuno, nemmeno i piloti che sono arrivati dopo. E poi anche l’elettronica è cresciuta tantissimo in questi 8-9 anni”. Cosa pensi di trovare in Ducati che invece è mancato in Aprilia ? “La persona giusta al mio fianco, un uomo di fiducia come l’ingegner dall’Igna”. Continua a leggere

DUCATI NON VINCE: COLPA DI CHI ?

Foto Costanza Benvenuti/LaPresse 18-06-2016 Sport Motociclismo- WorldSBK 2016 MOTUL FIM Superbike World Championship - 08. WSBK Pirelli Riviera di Rimini Round - Misano World Circuit Marco Simoncelli nella foto: Chaz Davies - Ducati Panigale R Photo Costanza Benvenuti/LaPresse 2016 18 June Sport - Motociclismo - World SBK 2016 MOTUL FIM Superbike World Championship - 08. WSBK Pirelli Riviera di Rimini Round - Misano World Circuit Marco Simoncelli  in the Photo: Chaz Davies - Ducati Panigale RI due lunghi mesi di pausa prima di correre gli ultimi 4 round, ci consentono di stilare il primo grande vero bilancio della Superbike 2016. Iniziamo dai piloti, perché la domanda è: Rea ha davvero ucciso il campionato come lo scorso anno ? Oggi comanda la classifica con 368 punti; nel 2015, dopo 9 round, era a quota 407. Con la moto nuova e una stagione di rodaggio alle spalle ci attendevamo un salto con l’asta che invece per il campione non c’è stato, perché quei punti che mancano all’appello sono finiti nelle tasche di Sykes, che ne ha 40 in più rispetto alla stagione passata, dimostrando che la Kawasaki ZX-10 R risponde ancora meglio alle esigenze di una guida stop and go come la sua. Uomo da mondiale è anche Davies, a quota 260 punti. Il distacco è pesante, ma allineato ai 263 punti della scorsa stagione ottenuti fin qui. Il limite è davvero della Ducati Panigale ? A giudicare dai risultati è più facile notare quei tre “zeri” (Donington, Misano e Laguna Seca) in cui sono compresi anche gli errori del pilota, che ha battezzato l’asfalto già in Australia dove è scivolato e poi ripartito guadagnando un sesto posto. Chaz potrebbe terminare ogni gara sul gradino più basso del podio senza strafare, ma per stare davanti è costretto a dare quel qualcosa in più che, se la sua Ducati glielo consente, vince con vantaggio (come le doppiette di Argon e Imola, con la media di oltre 4 secondi sul secondo), altrimenti combatte contro l’equilibrio. Sì, perché la sensazione è che la Panigale sia meno facile della Kawasaki quando il pilota deve recuperare da un errore, ma, ad ogni modo, quest’anno la rossa numero 7 ha già vinto quattro volte, una in più rispetto alla scorsa stagione. Continua a leggere

SBK E MOTO DI SERIE: QUANTO UGUALI ?

Foto LaPresse - Massimo Paolone24/04/2016 Bologna ( Italia)Sport CalcioBologna - GenoaCampionato di Calcio Serie A TIM 2015 2016 - Stadio "Renato Dall'Ara"Nella foto: Leonardo Pavoletti si disperaPhoto LaPresse - Massimo Paolone24 April 2016 Bologna ( Italy)Sport SoccerBologna - GenoaItalian Football Championship League A TIM 2015 2016 - "Renato Dall'Ara" Stadium In the pic: Leonardo Pavoletti dispairsNegli ultimi due anni ho guidato tutte le mille stradali e molte Superbike: 7 giri, in tutti i circuiti europei, per raccontarle con un microfono dentro al casco. Seppur a velocità prudente, un’idea superficiale dell’identikit me la sono fatta di ogni modello, di cui credo rimanga solo il 10% della moto originale; cambia (quasi) tutto da un punto di vista tecnico, l’unico tratto riconoscibile effettivamente è il carattere della guida. Le Supersport 600 sono le più facili. La Kawasaki di Kenan Sofuoglu del Team Puccetti è la cilindrata media più gradevole che abbia mai usato. La definizione giusta per lei è: armonica. Un motore ricco ai bassi regimi, una bella ciclistica morbida e mai scorbutica che regala la progressione graduale ad ogni reazione. Fossero così tutte le stradali ci sarebbe la coda fuori dai negozi. E’ facile, ci puoi fare i tornanti dello Stelvio con una mano sola e hai sempre la sensazione di poter recuperare da un errore. La guida della MV F3 assomiglia di più a quella della Moto2: sospensioni superbe, telaio rigido, rapida e sensibile nei movimenti, ma con un motore meno regolare che canta musica vera, con uno scarico “disumano”. Bisogna saperci fare con la F3, non è per tutti. La Honda ufficiale l’ho provata due anni fa ed era molto vicina alla Kawa come comportamento, ma oggi quella di Jacobsen sembra avere anche un sacco di accelerazione in più. La difficoltà nel sapere andare forte con una 600 standard sta invece nell’interpretazione del motore, perché sotto i 10 mila giri non spinge e l’elettronica della MV di serie rappresenta un caso, perchè ne ha di più del modello da corsa. Continua a leggere