MAHIAS: “MAI MOLLARE” !

E’ il suo diktat e a Portimao lo ha insegnato anche a noi con un gesto chiaro, inequivocabile. “Questa impresa rimarrà scritta, indelebile”. Ha ragione Filippo Conti, team manager di Lucas Mahias. E allora lasciamone traccia davvero, perché questo pilota, che ho spesso criticato per la sua ferocia in pista, oggi merita la standing ovation da tutto il motociclismo. Quell’ultimo giro compiuto imprevedibilmente dal francese è stato il più emozionante dell’intero week end. Forare una gomma in pista, è sfortuna. Forare al penultimo giro, quando sei in testa a una gara condotta magistralmente… è segno di un castigo divino. A volte, però, viene concessa una ultimissima chance e a lui è successo. La bandiera rossa esposta pochi secondi dopo lo stop di Mahias ha repentinamente cambiato lo scenario, perché, a quel punto, valeva l’ordine di arrivo del giro precedente. Lucas era in testa, ma, come da regolamento, avrebbe dovuto arrivare ai box entro 5 minuti per convalidare la posizione in classifica. Si è fatto trovare pronto, come tutti i piloti che hanno corso nell’endurance. Sfinito fisicamente, disperato moralmente, ma pronto a riprendersi la responsabilità di vincere. Sono stati 5 minuti infiniti, la pista è più di 4 km e mezzo, tutta su e giù, con cambi di pendenza pazzeschi e un caldo tropicale. E’ così che Mahias ha dovuto guidare, con una gomma posteriore completamente afflosciata e che perdeva pezzi strada facendo, senza mai perdere la speranza di farcela. Continua a leggere

LUCAS MAHIAS: SE QUESTO E’ UN UOMO

In pista vale la regola opposta al codice stradale e se un pilota cade può intervenire solo il personale medico, a chiunque altro è vietato prestare soccorso. In quei momenti distingui però i piloti più “uomini” di altri. Perché casco, tuta e talento non dovrebbero trasformare le persone. Quell’indifferenza che ha provato Lucas Mahias dopo aver travolto e colpito alla testa Federico Caricasulo in Supersport, rimasto a terra esanime, è stata un’immagine cattiva come non si era mai vista. Forse chi era davanti alla TV si sarebbe aspettato un piccolo gesto provocato dalla preoccupazione di aver comunque fatto male a una persona, forse uccisa, perché quelle sono le dinamiche peggiori per chi cade in moto. Il francese aveva grandi quantità di adrenalina in circolazione che lo portavano alla furia per ciò che la sfortuna gli aveva riservato; con il compagno di squadra a un metro da sé, steso nell’erba come un pupazzo privo di anima, non uno sguardo, non un briciolo di sentimento umano, anche solo per capire se Federico fosse vivo. Due secondi soltanto, prima di ripartire sulla sua moto, avrebbe dovuto dedicarglieli. Credo ci siano momenti nello sport in cui bisogna essere capaci di riconoscere i valori della vita prima ancora di quelli di una gara e di un mondiale. Perché se a 28 anni non si ha la maturità per farlo, si può diventare campioni, ma non numeri uno. Continua a leggere