CHI PASSA DALLA MOTOGP ALLA SBK E’ GIA’ “VECCHIO”

L’età media dei piloti SBK è esattamente identica a quella dei piloti MotoGP: 28 anni. Non l’avrei detto, anzi, avevo la sensazione che le derivate di serie necessitassero di uno “svecchiamento” generale. Invece quest’anno i talenti più giovani del mondiale arrivano proprio da qui: Razgatlioglu, coi suoi 21 anni, e poi Rinaldi, che ne ha 22 come Rins, il pupo della MotoGP. I più “maturi” del paddock delle due ruote sono Valentino Rossi, che a febbraio compirà 40 anni, e Melandri, già a quota 36. La differenza più grande è nel numero di campioni del mondo schierati sulle due griglie di partenza: il 50% della MotoGP è composta da piloti che hanno vinto almeno un titolo iridato in carriera, in SBK li conti sulle dita di una mano, è perciò meno selettiva ai cancelli d’ingresso. Se da una parte ci sono i numeri a sollevare la qualità della Superbike rispetto al percepito degli appassionati, dall’altra permane il fenomeno della migrazione da un campionato all’altro che rispetta determinate tendenze: a passare dalla MotoGP alla SBK sono sempre i piloti alla fine di una parabola sportiva, quelli che, anziché ritirarsi, provano a sfruttare ancora 3 – 4 stagioni di “decelerazione”. Continua a leggere

UNA DOMENICA A DUE FACCE

Mentre domenica annullavano le gare di Silverstone, ero al Mugello a guardare centinaia di piloti amatori correre. Passano gli anni, ma una cosa è chiara: noi motociclisti abbiamo storicamente le “pezze al sedere”, siamo la classe povera dei motori, quelli che ci siamo appassionati alle due ruote senza avere i soldi per comprare il motorino, iniziando a correre con la marmitta tenuta su col filo di ferro e i ricambi raccattati quá e lá, con scambi di favore. Siamo quelli che non si fanno problemi a dormire nel box, sulla brandina, o in auto, per usare poi i bagni pubblici del paddock, a volte così sporchi da costringerti a lavarti alle 6 del mattino, quando sono ancora “bianchi” e fa un freddo cane, perché ad Assen o a Donington non trovi più di 6-7 gradi. E quando mi capita di farlo ancora in qualche occasione del mondiale Superbike, ne incontro per così di gente, perché queste sono le nostre radici: siamo una classe umile. Domenica ho visto correre quel campionato a cui non si dà mai abbastanza importanza: quello dei piloti disabili, coi quali spesso ci complimentiamo, ma più per “doveri sociali” che per onestà. Continua a leggere

“PIEGHE” OLTRE IL LIMITE

MotoGP e SBK passano i 60 gradi di inclinazione. Marquez, quando “cade senza cadere”, tocca quasi i 70°. Più giù di così non si può, siamo arrivati al limite. I motori sono sempre più compatti e le moto più alte. Anche Pirelli, quest’anno, ha lavorato per favorire le condizioni di piega, prima inserendo il così detto gommone posteriore da 200/65 al posto del /60, accompagnandolo con un anteriore 125/70 al posto del 120. Significa avere un retrotreno più alto, più stabile in staccata, per “galleggiare” di meno quando i piloti danno la pinzata decisa, ma soprattutto consente di piegare di più rispetto a una gomma ribassata come si usava una volta; combinandola con l’appoggio di una gomma davanti più ampia, permette di velocizzare l’inserimento e la percorrenza. Una volta la prerogativa di una moto da corsa era quella di essere bassa, anche un bambino era in grado di toccare coi piedi per terra, tant’è che i piloti avevano un po’ tutti il fisico da fantino. Oggi no, da cavalcare sembrano dei cammelloni. Sfioro il metro e ottanta di altezza, ma quando salgo sulle SBK tocco per terra con la punta dei piedi. Quando provai la Honda MotoGP di Pedrosa, idem. Tanto che i piccoletti come lui o come Melandri, quando sono schierati in griglia prima del via, sono costretti a uscire col sedere dalla sella per cercare l’appoggio stabile di un piede. Continua a leggere

YAMAHA SI SCUSA COI PILOTI, MA PERCHE’ ?

Da una parte è questione di cultura: è capitato che in Giappone si scusassero pubblicamente per 20 secondi di anticipo con cui partì il treno dalla stazione (!), oppure per 3 minuti con cui un dipendente statale prolungò la pausa pranzo, “rubando” tempo al lavoro. Per noi è assurdo è lo è stato anche il GP di Austria quando i piloti Yamaha hanno ricevuto le scuse pubbliche di Kouji Tsuya, il capo progetto della M1 MotoGP. Una scena mai vista nel motociclismo. Chissà che faccia avranno fatto Furusawa (Yamaha) o Nakamoto (Honda), per citare due ex autorevoli, oppure Dall’Igna (Ducati) o Albesiano (Aprilia). Interpreto il “mea culpa” di Yamaha come risposta alla delusione di un ingombrantissimo Valentino Rossi che sembra percepire scarsa fiducia dal Giappone: “il problema è chiaro, lo sto esponendo da tempo, bisogna vedere se poi mi credono”, aveva dichiarato. Si riferiva al funzionamento della nuova centralina Marelli. Sarebbe folle mettere in discussione le indicazioni di Valentino: è un pilota con esperienza unica e conosce l’evoluzione dinamica della moto meglio degli ingegneri. C’è chi sostiene che la M1 abbia perso competitività con la fuga di Lorenzo. Ho contattato un tecnico (preferisce restare anonimo, ndr) che ha lavorato con Jorge per approfondire la questione: “Era un pilota nella media della MotoGP: ti raccontava le sue sensazioni e noi tecnici dovevamo trovare le origini delle difficoltà per cercare la soluzione. Uno come Rossi invece era in grado di fare la fotografia al problema”. Continua a leggere

DUCATI “SPACCA”

Vincere non è mai scontato, anche se spesso sembra normale. Ducati, con tutta la sua forza, è l’azienda dell’anno. Se paragoniamo le sue dimensioni a quelle dei giapponesi, come Honda e Yamaha, si capisce che la differenza la fanno più le persone e la “nostra” mentalità, piuttosto che la tecnologia. A Brno Dovizioso e Lorenzo avevano quel mezzo secondo nel taschino che hanno tirato fuori solo negli ultimi 3 giri, scendendo dal 1’57” sporco, al 56″ alto. Marquez era al gancio, mentre pochi altri, come Rossi, hanno fatto tutta la gara martellando gli stessi tempi dall’inizio alla fine e, mano a mano che scorriamo la classifica, si presenta un cronologico dei tempi “normale”, coi primi giri di gara veloci e gli ultimi più lenti. Ducati ne aveva di più, punto. E questa superiorità tecnica sarà più rimarcata in Austria, la prossima domenica, dove la grande potenza dei motori riesce a esprimersi meglio che su qualunque altro circuito. L’ingegner Dall’Igna è l’uomo perfetto, quello capace di fare la differenza, quello che può imboccare la strada sbagliata, ma è in grado di cambiare direzione in tempo zero. Una forza e una filosofia che abbiamo solo noi, perché in Giappone si testa tutto, anche le soluzioni di cui si conosce già il risultato, anche le componenti che non verranno mai adottate per un’inefficacia prevedibile. E con questa mentalità occorre tempo per tutto. Noi, abbiamo la reattività. Continua a leggere

APRILIA TORNERÀ COMPETITIVA

Quello degli ultimi anni è un ritornello: “Meglio che si impegnasse a vincere in SBK, che fa vendere le moto, piuttosto che arrivare dietro in MotoGP”. Due mondi diversi: che piaccia o meno, correre fra i prototipi anche nelle posizioni di rincalzo, permette di farsi conoscere in quelle parti del mondo dove il marchio non è commercialmente mai arrivato; la MotoGp ha questa indiscutibile forza. La Superbike invece permette di confrontare il potenziale delle derivate di serie, ma non sono più gli anni in cui, vincendo, fa vendere più sportive. Però Aprilia sembra in crescita e noi italiani abbiamo piacere che torni quella dei vecchi tempi. Gli ultimi due terzi posti di Laverty a Laguna Seca e Misano sono il segno che la squadra sta facendo passi avanti. Ora aspettiamo anche Lorenzo Savadori, forse il più abile, oltre a Sykes, a spaccare il giro alla morte, ma deve sistemarsi per la gara. I contratti dei piloti sono in scadenza e, se in MotoGp si sa già che correranno Espargarò e Iannone, qui ci sono ancora tante incertezze, ma con un briciolo di ottimismo. Continua a leggere

QUANDO RITIRARSI È UNA FORMALITA’

Pedrosa ha scelto il Sachsenring per dire stop alle corse, una di quelle piste che gli ha regalato più soddisfazioni in assoluto. Ma ci ricorderemo di lui in futuro, quando sarà definitivamente un ex ? Forse il grande pubblico se lo è già dimenticato oggi che fa il pilota, ma gli avversari no. La scorsa settimana ho avuto il piacere di trascorrere una giornata con Casey Stoner in Nolan e quando gli ho chiesto quale fosse il pilota che rispettava di più, fece proprio il nome di Dani: “Un pilota così veloce non l’ho mai visto, con uno stile pulito ed efficace, nonostante il gap fisico”. Tra lui e gli altri c’erano anche più di 20 kg di differenza con una MotoGp che, nel corso del tempo, è andata ad appesantirsi sempre di più rispetto al debutto. Di fatto Stoner oggi lo vorremmo vedere ancora in sella e a un certo punto ci andammo anche vicini. Vi ricordate quando in Austria si parlò di wild card ? Aveva sviluppato un telaio che però avrebbero usato solo i piloti ufficiali, Dovizioso e Iannone, mentre per lui non sarebbe stato disponibile. E rinunciò alla gara. Continua a leggere

I SORPASSI DI MARQUEZ SONO DA ANTOLOGIA

E’ talmente vorace di primi posti, che quel modo burrascoso di gettarsi nella mischia lo rendono unico e inimitabile. Il suo modo di guidare passerà alla storia, è l’elevazione alla massima potenza del mitico Kevin Schwantz degli anni ’90: spettacolare sì, vincente “ni”, ma non aveva certo la moto migliore e poi con la 500 era un’altra storia. Marc, invece, ha il profilo del pilota ideale, giocoliere in pista, ma anche un numero uno. E’ il pilota perfetto e se non fosse finito al centro della polemica in quel diabolico 2015, sarebbe forse il più amato della MotoGP, avrebbe potuto persino battere la fenomenicità di Rossi. Come si può non apprezzare la propensione al rischio che mette in evidenza a ogni manovra e il grande equilibrio che lo salavano dagli azzardi ? Roba da fargli un monumento, uno così nel motociclismo non esiste, non c’è mai stato, perché quelle cose non le fai imparando dagli altri o per imitazione; quelle follie le fai perché ce le hai dentro, sono di tua proprietà e basta. E ancora oggi ci sono gare, come questa, in cui riesce a sorprendere. Continua a leggere

REA E’ PIU’ FORTE DI TANTI “FENOMENI” IN MOTOGP

Jonathan Rea non è percepito come quel fenomeno che è. Meritava una carriera in MotoGP, ma ho la sensazione che un titolo mondiale in Superbike valga meno di uno in Moto2. Certo, molti nomi passati al Motomondiale sono stati storicamente un flop, ma è vero anche il contrario e ad ogni modo i campioni sono tutti diversi. Chi pensa che oggi gareggi contro nessuno, guidando la moto migliore, va smentito: corre con una Kawasaki soffocata dal regolamento, che ha perso accelerazione e velocità di punta. E poi parlano i numeri: tre titoli mondiali in tre anni e 43 vittorie totali, America inclusa. Se depenniamo Rea da tutte le classifiche, alla “verdona” restano solo 12 vittorie di Sykes nelle ultime tre stagioni e un titolo iridato virtuale nel 2016 conquistato per 2 punti davanti a Davies, che invece passerebbe primo nel mondiale con la Ducati del 2015 e 2017. Ho il rammarico di non averlo visto battersi contro Lorenzo, Rossi, Marquez, quando le premesse c’erano già tempo fa. A 21 anni, nel 2008, al termine di una stagione in Supersport debuttò con la Honda Superbike, conquistando la prima fila. La sua escalation con la CBR la conosciamo, tanto che nel 2012 sembrava prepararsi al passaggio in MotoGP. Continua a leggere

LORENZO SMONTA IL DOVI A COLPI DI “MARTILLO”

Lorenzo che vince è la cosa più normale che dovrebbe accadere. Vederlo guidare, quando è a posto, è l’ottava meraviglia della natura e la Ducati, nelle sue mani, è la più bella che abbia mai visto nel dopo-Stoner. Mi piace lo stile, la sua leggerezza in sella, le traiettorie che si appuntiscono in uscita di curva e la progressione millimetrica e costante con cui derapa in staccata, oltre a quella precisione inimitabile nel martellare i tempi sul giro. Non me ne voglia Dovizioso, il mio giudizio è puramente estetico e personale, in disaccordo con l’italianità. I numeri, invece, quelli no, non si discutono: Jorge ha ottenuto il primo successo con la Ducati dopo 24 gare, contro le 71 di Andrea. Eppure non è bastato a salvare la coppia che fra 12 gare si separerà. Ducati aveva visto bene, JL99 poteva essere l’”uomo giusto”… Il problema principale è la tempistica legata al mercato piloti: è assurdo che a inizio stagione si definiscano le nuove formazioni. Una volta la trattativa si concludeva in estate, qualche volta a settembre, quando la classifica del campionato parlava chiaro. Il rapporto fra Ducati e Lorenzo è stato interrotto, si può dire, alla conclusione del primo anno rispetto ai due di unione; una follia, ma questo è il nuovo andazzo dei contratti. Continua a leggere