DAI SORPASSI DISTINGUIAMO IL CARATTERE DEI PILOTI

Lo spettacolo nel motociclismo nasce dalle manovre al limite e dai sorpassi impossibili, che spesso accendono i toni fra chi li compie e chi li incassa. Ricordate l’Australia? Lowes e Melandri in Superbike, ma anche Rolfo spinto fuori pista da Mahias durante l’arrivo in Supersport. La 600 è ancora al centro degli eccessi in Thalinadia con Kyle Smith “senza freni” che viene punito (eccessivamente secondo me) con la squalifica dalla gara. Le corse in moto sono così, nella MotoGP di Argentina si è lamentato persino l’equilibrato Dovizioso della resistenza dura di Petrucci, mentre ad Austin l’ha fatto Rossi con Zarco, colpevole di essersi infilato in traiettoria con verve all’ultimo istante stile Moto2 e costringendo Valentino a compiere un “taglio” di pista poi sanzionato. Sanzione per altro discutibile nella sua applicazione, seppur non abbia pesato sul risultato. Il sorpasso aggressivo identifica il profilo del pilota: ricordate il povero Simoncelli? Era temuto in pista, come lo è oggi Iannone o lo stesso Marquez, perché gente disposta ad andare ben oltre i limiti a costo di rimetterci del proprio; sono quei piloti che non vorresti mai dietro di te. Anche Zarco ha ricevuto il primo cartellino giallo dai suoi avversari: è nuovo della MotoGP ed è benvenuto nella lotta, ma non deve eccedere, altrimenti qualcuno penserà a ridimensionarlo. Questo sembrerebbe il senso della stilettata di Rossi, che le entrate cattive è capace di eseguirle meglio di lui, ma nei momenti che contano della corsa. Continua a leggere

LA CADUTA DEL PILOTA: MOMENTO “RELIGIOSO”, NON DI SPETTACOLO

Pensavo alle tante cadute nell’ultimo GP Argentina e agli incidenti che di recente hanno strappato la vita ai due francesi Anthony Delhalle e Adrien Protat, in nemmeno 20 giorni l’uno dall’altro. Chi va in moto ci pensa, “è toccato a lui, ma poteva succedere a me…”. La caduta è il primo avversario contro cui combatte il pilota. Cadere fa paura, ma a volte è utile: serve a trovare il limite e a riconoscerlo per non oltrepassarlo. Quando da troppo tempo “si sta in piedi”, per il pilota diventa quasi un’ossessione dover cadere, perché sa che lo schiaffo a terra prima o poi arriverà, la statistica non mente. Un’innocua scivolata può ridare tranquillità. In una caduta ciò che conta, oltre alle conseguenze fisiche, sono quelle della mente, che può reagire in modi opposti. Marquez ad esempio è un tritasassi.

Spanish biker Marc Marquez stands next to his Honda after falling during the MotoGP race of the Argentina Grand Prix at Termas de Rio Hondo circuit, in Santiago del Estero, Argentina on April 9, 2017. / AFP PHOTO / JUAN MABROMATA

Ha una media di errori piuttosto elevata e ricordo il botto a 300 all’ora al Mugello in pieno rettilineo. Niente di grave per fortuna, ma un volo così rischiava di mandare in tilt la testa del giovane spagnolo. In crisi ci è finito invece il ventitreenne Reiterberger dopo un brutto high side a Misano e dal quale non ha ancora trovato la via d’uscita; le vertebre sono più a posto della sua condizione mentale al punto che, notizia recente, ha preferito lasciare il mondiale e tornare al campionato nazionale per ritrovare sé stesso innanzitutto. Il rapporto con la paura di chi va in moto non è uguale per tutti. Una cosa che ad esempio ho sempre temuto negli anni che ho corso era di finire su una carrozzella, ecco perché ammiro particolarmente chi in quella condizione ci vive: credo debba avere una forza mentale speciale, possedere uno spirito interiore che noi ci sogniamo. Continua a leggere

IL MEZZO SECONDO DELLA DOMENICA

Sembra di essere tornati ai tempi in cui “giocava” contro Gibernau, Ukawa e Barros. Valentino Rossi, in quel periodo, ha sempre corso gare vivaci e furbe, rendendole spettacolari per quel po’ di margine che riusciva spesso a conservare fino alla fine: partiva dietro e poi vinceva. E’ stato un periodo epico per lui e per lo spettacolo, ricordo ancora i titoli sui giornali che evidenziavano la capacità di risolvere i problemi della messa a punto della sua moto soltanto nel warm up. La sensazione è di essere tornati ai tempi del “coniglio nel cappello” della domenica del 46, perché quel mezzo secondo guadagnato sul ritmo in Argentina dopo prove e warm up disastrosi, ha del fenomenale. Se non fosse un campionato monogomma penserei al pneumatico “su misura”, come si usava una volta quando era legittimo costruirlo; era l’unica componente tecnica della moto che poteva dare tanto vantaggio a un pilota. Per eliminare i dubbi di chi continua a mal pensare credo che Michelin dovrebbe lasciare scegliere liberamente le gomme ai team facendo “pescare nel mucchio”, anziché consegnarle specificatamente a ogni box, ma sarà possibile tecnicamente ? Continua a leggere

DALL’INDONESIA IL PERICOLO DEGLI SCARICHI “FAKE”

Il mondo delle corse punta moltissimo sui paesi asiatici e arricchisce suo malgrado il mercato delle contraffazioni, che dopo aver riguardato le imitazioni dei caschi, delle minimoto o dell’abbigliamento tecnico, intensifica la “copia” delle componenti tecniche. Tutta merce che nasce dai mercati del sud est asiatico, in particolare in Indonesia dove c’è un quartiere, quello di Purbalingga, in cui tante società artigianali (senza ragione sociale) si sono specializzate a realizzare la replica degli scarichi delle moto da corsa…contraffatti: ne circolano oltre mezzo milione, un’infinità. Capirete che è molto diverso che acquistare l’imitazione di un paio di Nike, di Ray-Ban o di un Rolex: nel caso dei terminali di scarico, sono l’affidabilità e la sicurezza ad essere colpite. “La prima volta ci è stato segnalato da un turista italiano a Bangkok che aveva notato moltissimi scooter 150 a tre marce, dove là c’è un mercato attivissimo, equipaggiati con scarichi col nostro marchio e che ovviamente noi non produciamo. Ora il mercato si sta orientando verso le mille supersportive e anche in Europa arrivano le prime imitazioni”. E’ la denuncia di Stefano Lavazza e Marco De Rossi, proprietari della SC-Project, una delle maggiori aziende italiane produttrici di scarichi per moto da competizione e stradali, che ci aiutano a capire quali sono i rischi che si corrono acquistando un “fake”. Riguardano i marchi più affermati nel mondo delle corse, come anche Akrapovic e Arrow presenti in MotoGP e Superbike, seppur l’ispirazione più forte giunga da Moto2, Moto3 e Supersport 600, categorie giudicate interessanti perché alla portata dei piloti locali per uno sport in fase di espansione. Continua a leggere

ANCHE I PILOTI DELLA MOTOGP PERDEREBBERO CON REA

Si dice che la MotoGP abbia i piloti più forti e allora una scommessa la farei: porterei Marquez, Lorenzo e Vinales per una gara in Superbike mettendoli sulle rispettive moto, cioè Honda, Ducati e Yamaha derivate dalla serie. Cosa potrebbero fare? Vincerebbero a mani basse secondo voi? C’è chi lo crede, sarebbe curioso il confronto, ma io dico di no, in Thailandia avrebbero preso anche loro sberle da Rea. Ammettiamo pure che siano più veloci di Jonathan, ma non lo sarebbero abbastanza da colmare il gap con la Kawasaki, che sembra invece sempre perfetta ad ogni occasione. Mai un problema, una sbavatura, un intoppo tecnico, un assetto sbagliato o un errore del team. Gira tutto al millesimo come uno strumento di precisione. E le Ducati hanno fatto quel che hanno potuto. Davies ha una personalità eccezionale e non molla mai, e dopo due gare ha messo lì 70 punti, meglio dei 55 dell’anno scorso. Melandri, coi gravi problemi ai freni che lo hanno rallentato in entrambe le manches e le difficoltà di una pista a lui nuova, si porta comunque a casa un bottino di punti pari a quello di Chaz (per la precisione, 1 in meno) e il suo inizio di campionato lo possiamo già definire migliore di quello di Davide Giugliano 2016, con 10 punti in più all’attivo. Ducati ha dunque sbagliato qualcosa? A me non pare, in casa Aruba tutto è stato fatto per arginare il problema che si chiama Rea/Kawasaki e a questo punto la domanda è: come si può fermare il numero 1? Continua a leggere

LE TUTE IN PELLE DEI PILOTI

Guardo sempre con passione le tute dei campioni appese in garage: sono abrase dall’asfalto e profumano di vecchio champagne. Sono tute che raccontano, che suscitano emozioni. Perché una volta la tuta doveva durare, non si cambiava con la frequenza di oggi e al termine della sua vita diventava quasi sacra, i segni che riportava diventavano un vanto, un capitolo della storia che aveva vissuto. Oggi i piloti iniziano la stagione di gare con tre tute, poi le cadute determinano il numero di completi utilizzati nel corso dell’anno. Il record 2016 ? Tito Rabat, esordiente in MotoGP: per lui sono state realizzate ben 36 tute. La sicurezza innanzitutto, ma poi l’immagine per gli sponsor: guai se c’è uno sbrego e, se non è pulita come si deve, il contratto prevede la penale. Cosa avrà mai da raccontare quella tuta al suo pilota ? Pochi chilometri e forse un brutto high side, cioè un piccolo frame della sua carriera. Chissà che fine ha fatto la mia Pesci Sport. La feci realizzare nel 1990 su misura con la livrea Like Strike di Wayne Rainey. La usai anche nel ’91 e ’92 per correre in 125, ci caddi e la consumai per bene. La pelle si presentava vissuta, mi faceva sentire pilota esperto e smaliziato come quelli veri. Non c’era cultura tecnica, erano altri tempi, e l’attenzione alla sicurezza era approssimativa. Oggi è un altro mondo, estremamente professionale, ma un po’ viziato. “I piloti anglosassoni sono i più concreti, badano alle necessità reali. Con Colin Edwards ci capivamo in un secondo. I piloti latini ? Diventano più o meno esigenti a seconda della prestazione in pista, sono psicologici e il mio ruolo è provare a capirli”. A raccontare la sua esperienza di tecnico in pista è Alberto Bruzzone, che da più di 20 anni lavora in Spidi, uno dei marchi storici del veneto. La curiosità numero uno di tutti noi riguarda le pelli: canguro o bovina per le tute dei piloti ? “Si usa un mix, per regalare confort e protezione nei punti strategici. Il canguro consente l’uso di pelli più sottili, da 1 mm di spessore; con quella bovina saliamo a 1,2 mm, ma è molto più elastica, il pilota è più comodo. Dove statisticamente sappiamo che l’abrasione arriva in profondità, usiamo anche 3-4 strati di pelle di canguro (ginocchia, gomiti, spalle, anche)”. E poi conta la qualità delle cuciture: “Fondamentale per lo strappo. Si usa la doppia e tripla cucitura, proprio per evitare l’apertura delle pelli”. Per realizzare la tuta di un pilota occorre un giorno e mezzo di lavoro di otto persone, che potenzialmente si nebulizza con la prima caduta… Continua a leggere

VINALES COME STONER: VELOCE SUBITO, CON TUTTO

Anche in MotoGP, dove l’elettronica è sempre più evoluta e l’aerodinamica segue oramai la scia della Formula Uno, rimane il pilota a fare la differenza. Vinales è l’ultimo esempio di genialità: non aveva mai visto la M1 e a Valencia, al primo test di fine 2016, ha “battezzato” la truppa degli avversari staccando Marquez addirittura di 2 decimi, non so se mi spiego: the world champion, fresco di titolo e pilota Honda alla quinta stagione, messo dietro da uno che partiva da zero con tutto, moto e squadra. 2 decimi sono tanti, in un circuito che è un catino, piccolo, corto e tortuoso, dove il distacco tra il primo e l’ultimo è mediamente di un paio di secondi. E se il compagno Rossi conquistava solo il 7° posto, a 734 millesimi, il campanello d’allarme in Yamaha avrebbe dovuto suonare. Perché poi le cose non sono andate meglio e a Sepang la storia si è ripetuta con Vinales davanti a tutti. Per lui ogni pista diventa nuova in sella alla M1, ma la velocità di adattamento del ventiduenne è supersonica. Risultato: un altro decimo e mezzo a Marquez, subito dietro, e 221 millesimi alla migliore M1, quella di Rossi, che invece è 6°. Dal circuito lento a quello veloce, entrambi di moderna progettazione, per concludere la terza sessione di test nel tempio antico della velocità pura: Phillip Island, fatto di curvoni veloci, percorrenza e tratti da pelo sullo stomaco. Vinales è di nuovo il numero uno e stacca la Honda campione di quasi 3 decimi, che diventano 9 per il compagno Valentino. Continua a leggere

NELLE CORSE C’E’ CHI “BARA”

Interpretare il regolamento tecnico per preparare le moto da corsa è un’arte che qualcuno sa fare con genialità. A volte si è borderline, ma “a posto” da un punto di vista tecnico; in altre si va spudoratamente oltre la linea. Nei mesi invernali si usa ogni minuto per trovare il modo di fare andare più forte i motori, ma anche per sistemare una ciclistica che non si guida. Le irregolarità tecniche si riscontrano in ogni gara: dalla Superbike, alla MotoGP, dal mondiale, al campionato nazionale. I macro temi del 2016 hanno riguardato le alette aerodinamiche, ma anche gli scarichi doppi della Panigale. Le verifiche tecniche e tutti i controlli eseguiti sulle moto, prima e dopo la gara, non dovrebbero nemmeno spingerci a mal pensare. Eppure da quando esiste lo sport delle due ruote c’è chi bara. Soprattutto là dove i regolamenti tecnici sono restrittivi: penso ai campionati delle derivate di serie, dove, per andare forte, si ricorre ai “barbatrucchi”. Ricordo, ad esempio, le Cagiva Mito che andavano come 125 GP. Negli anni ’90 il mercato delle ottavo di litro stradali era particolarmente florido e vincere il titolo in Sport Production era importantissimo per le case, che investivano davvero un mucchio di soldi. A Monza, quella guidata da Davide Bulega (papà della giovane promessa Nicolò Bulega in Moto3, ndr) toccava i 215 km/h. Non era mai stato rilevato nulla di anomalo sulla sua Cagiva come anche sulle altre 125 ufficiali, ma andavano così forte rispetto a tutte quelle Mito “private” che il dubbio di una limatina extra a cilindro e testa fosse in effetti scappata di mano all’interno del reparto corse. Anche perché in casa Aprilia, per essere ugualmente competitive, si inventarono la “centralina racing” da posizionare dietro al blocco della strumentazione, impossibile da scoprire. L’irregolarità tecnica diventava un brevetto, si investiva tempo e risorse per nascondere il trucco che faceva andare forte la moto. Continua a leggere

I PILOTI ITALIANI SONO I MIGLIORI, MA VANNO “CRESCIUTI”

1Il 2017 parte col miglior auspicio per l’Italia del motociclismo: 60 piloti al via nelle sette classi importanti, MotoGP e SBK, Moto 2 e Supersport, Superstock 1000, Moto3 e Supersport 300 (che non ha validità mondiale). La scuola spagnola e quella inglese sono meno efficaci di un tempo e nei prossimi 2-3 anni potremmo avere i più grandi piloti “azzurri” dell’era post Rossi e Biaggi. Buttate un occhio alle classifiche della scorsa stagione: la Spagna comanda solo nella massima categoria, segno che il lavoro di formazione svolto fino a 4-5 anni fa ha funzionato. Vedi Marquez e Vinales, gli ultimi arrivati: sono stati cresciuti con l’intento di portarli dove sono. Il loro talento è emerso perché erano (e rimangono) dei “prescelti”: ai migliori vanno le moto e le squadre migliori, è così da sempre. L’Inghilterra offre una scuola di alto livello, ma comandano i senatori, mentre le giovani promesse si contano sulle dita di una mano. Ciò che forse è mancata all’Italia è stata la capacità di spianare la strada ai suoi migliori talenti per accompagnarli al top. La Federazione Motociclistica Italiana, ad esempio, ha un gran merito in Supersport, supportando il Team Puccetti che, a crescere campioni, è più bravo di altri. Ha fallito invece in Moto3 in termini di risultati e oggi la FMI abbandona la scena. Il percorso di crescita per un ragazzo è lungo, occorrono metodo e risorse. Oggi al centro della formazione giovanile c’è sicuramente la VR46 Academy, dove emergono Morbidelli e Bulega fra Moto2 e Moto3, ma il nostro paese è forte perché ci sono tante altre realtà che investono sul futuro dei ragazzi. Penso al numero spropositato di “pilotini” saliti sul palco durante la festa natalizia organizzata in Nolan; per molti avere un paio di caschi gratis o una tabella premi è il primo passo verso il professionismo. Penso al lavoro profondo di Genesio Bevilacqua che allarga i confini al campionato italiano fino alla SBK col Team Althea, passando dalla Stock per tirare fuori il meglio di casa nostra. Ducati Aruba si fa largo col team junior, destinato a far maturare i suoi ragazzi nella Stock 1000 per poi portarli, si spera, in Superbike. E quante altre realtà ci sarebbero ancora da menzionare. Continua a leggere

“NOI”, ARTIGIANI DELLA QUALITA’

50662_r11_actionLa precisione e l’affidabilità delle moto giapponesi non bastano a renderle invincibili nelle corse e quello di domenica è stato un trionfo tutto italiano. D’altronde “noi” rimaniamo l’ingrediente principale del paddock: le squadre, i tecnici, le tute, i caschi, le gomme, i freni, le moto e tutte le componenti tecniche danno origine a un mondo che porta la firma di massa del made in Italy. Ci va riconosciuto il genio, l’abilità e la competenza, ma soprattutto la capacità di trovare velocemente le soluzioni ai problemi. Ecco, è qui che facciamo la differenza coi giapponesi, perché nelle corse, saper cambiare subito la direzione sbagliata per una migliore, permette di crescere più in fretta. Penso a Dovizioso e alla Ducati, finalmente vincitori su quella Sepang rimodellata per la sicurezza da un tecnico italiano, Jarno Zaffelli, considerato il migliore tra quelli della lista. Penso a Chaz Davies che, con grandissimo talento, ha guidato una Ducati Panigale che oggi si trova al meglio della sua forma. L’ho osservata da vicino, da bordo pista, in ogni metro del circuito del Qatar. Ha sviluppato la sua forza in ingresso di curva, dalla staccata al punto di corda. Ingressi lenti o veloci, da prima o da terza marcia, la sua rapidità è da riferimento per tutti. Il merito è dell’avantreno, da premio Nobel per il motociclismo: la forcella Ohlins è in sintonia perfetta con Pirelli che, rispetto alla Michelin in MotoGP, l’ha doppiata nell’indice di gradimento dei piloti; i freni Brembo e la loro sensibilità permettono a quel fenomeno di Chaz di utilizzare solo il dito indice sulla leva per incantare con le sue staccate, apparentemente sporche, dove la moto si intraversa, ma con una precisione che si ripete ad ogni passaggio senza sgarrare mai di un millimetro rispetto alla traiettoria battuta il giro prima. Continua a leggere