PERFETTO REA, DAVIES L’EROE

_dr_7413_fullSono i due piloti migliori del momento, i supereroi della SBK. Stili di guida contrari e moto tecnicamente opposte, ma se la sono giocata fino all’ultimo con testa, coraggio e talento. Fra i due litiganti ha però vinto l’allungo migliore del 4 cilindri Kawa a 2 giri dalla fine. E’ stato lì che Rea si è guadagnato la corsa: un sorpasso di potenza in fondo a un rettilineo lungo 900 metri, una manovra che a Ducati riusciva impossibile, anche se nel tuffo dentro al curvone dopo i box era una Formula Uno. Chaz era “bello” da vedere anche sul dritto, schiacciato e compresso in carena per guadagnare anche solo un briciolo di velocità, si violentava come guidando una 125. Riusciva a tenere la scia della verdona, ma appena metteva fuori il muso, lo slancio moriva sul nascere. In quelle condizioni puoi solo provare in curva. In gara 1 ha superato Rea giù dallo scollino, finendo un pelo largo. In gara 2 sapeva che avrebbe dovuto cambiare strategia, ma se l’aspettava pure Rea, che ha quindi affondato la staccata aspettandosi l’attacco di Chaz che puntualmente è arrivato, finendo male, con una scivolata. A un giro e mezzo dalla fine ha fatto bene a provarci, consapevole che in quelle manovre al limite “o la và o la spacca”. Ha spaccato, pazienza, ma per vincere non c’era alternativa e avrebbe dovuto guadagnare quanti più metri possibili in quel giro su Rea per evitare di essere battuto sull’ultimo rettilineo. Continua a leggere

REA – MARQUEZ: QUANDO LA MOTO CONTA

campionato mondiale superbike SBK 2015 gran premio d' italia - sSe da una parte Jonathan Rea è passato da una moto dignitosa come la Honda CBR 1000 alla Kawasaki Ninja, trovando linfa e velocità mai conosciute prima in carriera, dall’altra Marc Marquez in MotoGP sembra aver perso i superpoteri a causa di una Honda in crisi, irriconoscibile dalla scorsa stagione. Quanto conta per un pilota avere una moto vincente ? Tanto, tantissimo. Soprattutto in un’ottica di campionato. Con la moto superiore, il pilota può esprimere al meglio il suo talento per diventare un campione; con un mezzo tecnicamente inferiore, potrà fare solo delle buone gare e conquistare il cuore degli appassionati grazie a una guida generosa.

Quanto avrebbe vinto Kevin Shwantz negli anni ’90 se anziché una Suzuki, avesse cavalcato una Honda o una Yamaha ? O, al contrario, Freddie Spencer sarebbe stato lo stesso fenomeno anche su una Suzuki ? E se Troy Bayliss o Carl Fogarty avessero guidato per tutta la loro carriera una 4 cilindri jap, avrebbero comunque vinto tanto, diventando le leggende che sono ? La palla possiamo passarla fra piloti e moto del passato fino ad oggi, arrivando a Guintoli, campione del mondo in carica con Aprilia, irriconoscibile ora sulla CBR, come “sfigurato” nello stile e nei risultati ci appare Marco Melandri, alle prese con una delle moto meno perforanti della griglia in MotoGP. L’esempio forse più calzante della storia recente riguarda Valentino Rossi nei due anni con Ducati. Chissà quanti bravi piloti ci sono passati davanti agli occhi senza che abbiano avuto la possibilità di dimostrarlo a causa di una moto poco competitiva.

Passano gli anni, cambiano le regole del gioco, ma i valori sulla bilancia sono sempre quelli: moto e pilota, importanza alla pari. Ricordo un’esperienza personale lontana parecchio tempo: 1993, campionato italiano Sport Production 125. Prima gara stagionale, pista di Monza: 22° con fatica e pianti. Claudio Lusuardi, che preparava i motori, montò sulla mia Cagiva Mito un cilindro “speciale” per la gara successiva e sempre sull’autodromo brianzolo mi trovai a lottare per il podio. Le mie capacità di guida erano le stesse, come anche gli avversari, ma avevo una moto che era una bomba ! E chissà quanti aneddoti avrete anche voi pensando magari a quella volta in pista, o per strada, in sella a una moto finalmente in grado di assecondare il vostro talento. Perché i marziani, fra piloti e motociclisti, ho capito che non esistono.

SYKES, PILOTA SOPRAVVALUTATO

gran premio GP di olanda - gara 2 - campionato mondiale superbikOggi il confronto col suo nuovo compagno di squadra è impietoso: per Rea, che guida il campionato, 190 punti totalizzati in 8 gare e ben 6 vittorie, ottenendo come peggior risultato due secondi posti. 88 punti invece per Sykes, quarto in classifica, con due terzi posti come miglior piazzamento. Sono numeri che fanno riflettere: Rea è al debutto con la Kawasaki, Sykes la guida per la sesta stagione consecutiva, contando quindi su una moto cucita addosso e un equilibrio all’interno del team oramai consolidato. Che Tom sia un ottimo pilota nessuno lo mette in dubbio, ma oggi più che mai viene da pensare che non si tratta di un campione col pedigree, ma di un buon pilota che, quando ha trovato gente forte in squadra con lui, è sempre arrivato dietro. Scorriamo le pagine del suo passato.

Nel 2009 entra ufficialmente nel team Yamaha insieme a Ben Spies. L’americano non conosce né la moto, né le gomme. Vince il titolo al debutto, con 462 punti contro i 176 di Tom, che arriva solo 9° in campionato. Continua a leggere

ULTIMA CURVA

blohUn conto è vedere le gare in televisione, un altro dal vivo e un altro ancora da bordo pista. Seguo le corse da oltre trent’anni, inizialmente solo da appassionato “pagante”, ma avere avuto oggi la fortuna di essere lì all’ultima curva, ad altezza pilota, quasi a guardare Davies e Rea negli occhi mentre si giocavano il trionfo in gara 1, credo sia stata l’esperienza più gustosa di sempre. Alle mie spalle, il maxi schermo offriva la possibilità di controllare la situazione sul resto della pista. Last lap, ultimo passaggio, leggo. Quando i piloti escono dall’ultima esse, anche se lontani, già li vedo. Davies è nascosto dalla Kawasaki, perfettamente in scia; la Ducati ha una buona accelerazione, ma non la velocità di punta del 4 cilindri. Loro due soli, col rumore degli scarichi perfettamente riconoscibile mano a mano che mi si avvicinano e la voce grossa del bicilindrico che sovrasta la Ninja. Continua a leggere

THAILANDIA, KAWASAKI FAVORITA

00974_P01_XXXXX_actionPista nuova per tutti, 4.554 metri di lunghezza con 5 curve a sinistra e 7 a destra. Tre rettilinei importanti, preceduti da altrettante curve molto lente, con ripartenza a velocità bassa. Un circuito piatto, poco tecnico e quindi scarsamente selettivo. Ci sono sei punti di staccata, 3 particolarmente violenti. E’ un’altra pista rispetto a Phillip Island. E partiranno tutti da zero, sia i piloti, che i team, che non avranno un archivio dati da cui attingere. Il miglior tempo del venerdì sarà del pilota con più “cuore”, ma anche della squadra che meglio è riuscita a interpretare il circuito, seppur in modo teorico, realizzando così un buon assetto di base. Continua a leggere